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del calcio: l’arbitro

08/07/2018

L’arbitro

Quando io giocavo a pallone, più di trent’anni fa, in Patagonia, l’arbitro era il vero protagonista della partita. Se la squadra locale vinceva, gli regalavano una damigiana di vino di Rìo Negro; se perdeva, lo incarceravano. E’ chiaro che la cosa più frequente era il regalo della damigiana, perché l’arbitro e i giocatori ospiti non avevano la vocazione al suicidio.

C’era, a quei tempi una squadra che in casa era imbattibile: Barda del Medio. Il paese … se ne stava inchiodato in mezzo alle dune con una strada centrale … e, più in là casupole di mattoni … Sulle rive del fiume … c’era il campo, circondato da una recinzione di fil di ferro intrecciato con una tribuna di legno di una cinquantina di posti.

Io giocavo nel Confluencia, … paese fondato all’inizio del secolo da un ingegnere italiano …

Il Confluencia non s’era mai piazzato più in là del sesto posto, ma a volte batteva la squadra campione. Molto di rado ma le facevamo prendere un bello spavento.

Quel giorno dovevamo giocare sul campo del Barda del Medio, dove mai nessuno aveva vinto.

I ragazzi del Barda del Medio … picchiavano come se fossero in guerra. Per loro che quando andavano in trasferta finivano sempre travolti da una goleada, era impensabile perdere in casa.

L’anno prima li avevamo sconfitti sul nostro campo per quattro a zero e avevamo perduto a casa loro per due a zero … Il fatto è che nessuno osava giocare da pari a pari perché circolavano leggende orribili sulla sorte dei pochi che avevano osato segnare un gol nella loro fortezza.

… L’arbitro arrivava per tempo, pranzava gratis e poi espelleva il più bravo della squadra ospite e fischiava un rigore senza che fosse passata la prima ora  … Dopo andava a ritirare la damigiana di vino e magari, se la partita era finita con una goleada, si fermava per il ballo.

Io ero molto giovane … e volevo conquistarmi il posto da centravanti con il fiuto per il gol. Gli altri erano ragazzi rassegnati che andavano fin laggiù per rimanere poi al ballo e cercare un’avventura con le ragazze delle fattorie lì intorno. L’arbitro Gallardo Pérez, uomo severo e dalla pessima vista, è venuto nello spogliatoio … a dirci di non tentare di fare i furbi con la squadra ospite. Gli abbiamo detto ….  che cercasse, magari, di non farci spaccare le gambe. … promise che lo avrebbe detto al loro capitano … un terzino veterano che aveva un cattivo carattere e mollava calci come un asino. … il capitano mi si è avvicinato e m’ha detto: “Senti ragazzo, non fare il fesso perché io ti appendo a un albero”. … Gli ho detto di non preoccuparsi e l’ho chiamato “signore”, … ha fatto un cenno di approvazione e se n’è andato a dare lo stesso avviso agli altri attaccanti.

… Ma quel giorno, purtroppo, erano senza punte, e senza fortuna. Tutti noi abbiamo tentato il possibile per infilare la palla nella nostra porta, ma non c’è stato niente da fare. Se il nostro portiere la lasciava rimbalzare in area, loro tiravano fuori. Se i nostri difensori cadevano, loro la mandavano …. tra le mani del portiere.

Alla fine …  sempre più nervoso Gallardo Pérez, ha espulso due dei nostri e ha fischiato due rigori. Il primo è passato sopra la traversa. Il secondo ha preso il palo. Quel giorno … non avrebbero infilato un gol nemmeno nell’arcobaleno.

Il problema sembrava insolubile … ci insultavano e dicevano addirittura che giocavamo sporco. … La situazione è precipitata a cinque o sei minuti dalla fine … abbiamo saltato insieme e lui (il terzino) cercando di refilarmi una gomitata ha lisciato la palla ed è caduto.   … un vuoto che mi entrava nelle ossa mentre mi portavo la palla verso la loro porta, solo come un frate spagnolo.

Il portiere del Barda del Medio non ci capiva più niente. Non solo non riuscivano a segnare … ma, … gli stava andando addosso uno … Allora è uscito a chiudermi alla disperata cosciente che … se non mi avesse fermato per lui ci sarebbe stata una serata senza balli e, magari, mi avrebbe dovuto fare compagnia sull’albero di sinistra fama. Lui ha fatto quel che poteva io quello che non dovevo. … ho visto con l’incoscienza dell’adolescente, che aveva le gambe storte come banane e mi sono scordato … di Gallardo Pérez, e ho scorto la gloria.

Ho finto una schivata e ho toccato la palla di sinistro, un tiro corto e delicato, con il collo del piede, per farla passare in quella parentesi che gli si apriva sotto le ginocchia.  … ha abboccato alla finta e si è buttato in modo vistoso, sicuro di aver salvato l’onore e il ballo del Barda del Medio. Ma la palla gli è passata in mezzo alle caviglie come una goccia d’acqua che scivola fra le dita.  … e mi sono messo a esultare. Ho corso per più di cinquanta metri con le braccia in alto e nessuno dei miei compagni è venuto a congratularsi. Nessuno mi si è avvicinato mentre mi lasciavo cadere in ginocchio, come faceva Pelé nelle fotografie che pubblicava “El grafico”.

Non ho visto se l’arbitro avesse fatto in tempo a convalidare il gol perché era così tanta la gente che aveva invaso il campo e aveva incominciato a picchiarci, che tutto all’improvviso divenne molto confuso. Mi hanno colpiti in testa con la valigia del massaggiatore, che era di legno, e quando si è aperta tutti i flaconi si sono sparpagliati a terra e la gente li raccoglieva per pestarceli sulla testa.

… i poliziotti sono arrivati mezz’ora dopo, quando ormai avevamo le ossa rotte e Gallardo Pérez  se ne stava in mutande avvolto nella rete che avevano strappato ad una delle porte.

Ci hanno portati al posto di polizia … il commissario ci ha fatto un discorso sull’ordine pubblico e sullo spirito sportivo e ha ordinato che ci portassero a … strappare le erbacce con le mani, del campo vicino … mentre gli indignati abitanti del Barda del Medio …  ci tiravano altri sassi e persino qualche bottiglia vuota.

… ci hanno messi tutti ammucchiati in due celle e abbiamo dovuto prenderci cura dell’arbitro Gallardo Pérez, che sembrava un pollo disossato, per via dei suoi ematomi, dei suoi crampi e per un attacco d’asma.

… Al mattino dopo, mentre ci trasferivano con un autobus sconquassato e senza vetri, sotto una pioggia di sassi, il nostro portiere, Cacho Osorio, mi si è avvicinato per dirmi che a lui un gol così non glielo avevano mai fatto. “Ha abboccato alla finta quel fesso” …

Quando si è svegliato, … , Gallardo Pérez mi ha riconosciuto e mi ha domandato come mi chiamassi. Era ancora in mutande ma aveva il fischietto che gli pendeva dal collo come una medaglia.

“Non si faccia mai più vedere da me”, mi ha detto, e la saliva gli colava agli angoli della bocca. “Se la incontro di nuovo su un campo di gioco io la rovino, glielo garantisco”.

“Ha convalidato il gol ?”  gli ho domandato.

“Certo che l’ho convalidato!” ha risposto indignato, … “Per chi mi prende? Lei è un coglione vanitoso, ma quello era un gol come si deve,  e io sono uno come si deve”.

“Grazie” gli ho detto e gli ho porto la mano. Non ha prestato attenzione al mio gesto e mi ha indicato i denti che gli mancavano.

“Vede qui?” mi ha detto. “Questo è stato un gol di Sivori in fuori gioco. Adesso pensi un po’ dove sta lui e dove sto io. A Dio non piace il calcio, ragazzo. Perciò questo paese va così, come la merda”.

Osvaldo Soriano

Gallardo Pérez, arbitro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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del calcio: Maglie senza sponsor

05/07/2018

Maglie senza sponsor

Trent’anni fa c’era un altro mondo, c’erano altri ideali e, come potete immaginare, c’era un altro calcio. Il calcio dei giocatori-bandiera, delle maglie senza sponsor, degli ingaggi contenuti, dei numeri che connotavano il ruolo, degli stadi che erano stadi e non faraoniche, grottesche cattedrali.  ……  

Non c’erano i procuratori e i giocatori trattavano l’ingaggio di persona. A fine carriera un mediocre terzino destro poteva, come massima aspirazione, aprire un bar nel paese natio. Il poster dei tempi d’ora appeso a una parete testimoniava un fulgore, una gloria, seppur minima.  …

I portieri avevano maglie spesse di lana. Nere o bianche. Con quel numero 1 così grande da racchiudere chissà quali segreti. C’era ….

da “Il calciatore”  di Darwin Pastorin

Azincourt 1415: inglesi e francesi per il regno di Francia

03/11/2016

Azincourt domani: 601 anni dopo. Anniversario di una battaglia leggendaria

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Era il 25 ottobre 1415 (4 novembre secondo l’attuale calendario gregoriano), un’umida giornata senza sole dopo giorni di pioggia intensa. Sull’altipiano di Azincourt si fronteggiavano inglesi e francesi per combattere una battaglia che sarebbe entrata nella leggenda prima che nei libri di storia e attraverso Shakespeare nell’imperitura memoria delle genti.

Enrico V re d’Inghilterra, alla testa di un esercito piccolo, ma ben equipaggiato, era salpato da Southampton ed approdato in Francia per rivendicarne il trono detenuto da Carlo VI. Intenzione degli inglesi era impossessarsi rapidamente della città di Harfleur, porto normanno (ora assorbito dalla città di Le Havre) per poi marciare verso l’interno. Ma le cose andarono diversamente. La città cadde dopo una strenua resistenza capeggiata da Raoul de Gauncourt e l’esercito inglese, già provato dalle fatiche dell’assedio, venne decimato da un’improvvida epidemia di colera.

Re Enrico allora, dopo aver lasciato ad Harfleur un presidio (che indebolì il suo esercito) decise di marciare verso Calais. Per giungervi erano previsti  8 giorni di marcia e l’attraversamento del fiume Somme. Ma i guadi erano presidiati dai Francesi ed Enrico moltiplicò i giorni di marcia alla ricerca di un nuovo passaggio, spingendosi all’interno e molto assottigliando le scorte di cibo. Quando il nuovo guado fu trovato, i francesi erano già arrivati con un esercito ancor più forte che in precedenza e, di fatto, avevano preso i trappola gli inglesi.

Sul campo, secondo stime attendibili, 30 mila francesi fronteggiavano 6000 inglesi (5000 dei quali arcieri, gallesi ed inglesi). Re Enrico decise di avanzare, i francesi di attaccare.

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Il terreno non poteva essere peggiore. Arato profondamente per la semina invernale del frumento e reso fangoso  dalle piogge, rendeva difficile il muoversi a uomini d’armi, pesantemente armati e protetti da corazza e da cavalieri su animali protetti anch’essi da piastre metalliche.

Erano circa le 11 del mattino; tre o quattro ore dopo era tutto finito.

La prima carica della cavalleria francese venne fermata da un nugolo di frecce e da pali, a doppia punta, infissi di sbieco nel terreno. Fu una carneficina. La seconda e terza carica francese fu fatta da uomini stanchi, semi accecati dalle celate degli elmi calate, intralciati dal terreno scivoloso, dal fango e dai morti della prima carica che ostacolavano il passaggio.

Gli inglesi, rispetto ai francesi, combattevano con maggiore velocità di movimento, in spazi maggiori; uccidevano senza pietà isolando singoli francesi in difficoltà, assalendoli in due o tre. Gli arcieri inglesi ebbero grandi meriti nella vittoria. Esaurite le frecce abbandonarono gli archi e parteciparono al massacro armati di corte alabarde, spade e mazzuoli.

azincourt-5Nella battaglia, fra i francesi, persero la vita 4000/5000 uomini d’arme, 1500 cavalieri ed il fior fiore della nobiltà, forse 98 nobili; fra essi i duchi di Alencon, di Bar, di Brabante, l’arcivescovo di Sens. Fra i prigionieri:  il duca d’Orléans, il duca di Borbone e Boucicault, Connestabile di Francia.

Gli inglesi ebbero perdite molto ridotte: circa 200. Fra queste il duca di York e il conte di Suffolk.

Enrico V, il re, combattè in prima linea con gran coraggio e salvò la vita al fratello Onfredo, ferito, duca di Gloucester.

Una fase della battaglia vide un’incursione francese contro le salmerie inglesi. Re Enrico, il cui esercito aveva già fatto molti prigionieri, guardati a vista nelle retrovie, temette che in un imminente contrattacco francese i prigionieri potessero prendere il sopravvento  sulle guardie. Ne decise allora la morte affidando agli arcieri le esecuzioni.

E’ la pagina nera della battaglia. Una decisione esecrabile, ma giustificata da un presunto nuovo scontro che avrebbe messo gli inglesi in grave pericolo e fors’anche modificato la sorte della battaglia.

La limpida vittoria di così pochi contro così tanti trasformò il fatto d’arme in un evento leggendario. Era il giorno di San Crispino e di San Crispiniano. Giornata di gloria, indimenticabile per gli inglesi. Giornata indimenticabile pure per i francesi, tragicamente indimenticabile, che la ricordano come “la malheureuse   journée”.

Concludo il post offrendovi, dall’Enrico V di Shakespeare,  uno stralcio del IV atto dove Re Enrico, prima dell’imminente battaglia, conversa con il conte di Westmoreland e dice:

“… In nome di Dio ti prego non augurarti che abbiamo un sol uomo di più. Per Giove! non sono avido di denaro, né mi curo di vedere chi mangia a mie spese; e non mi addoloro se altri porta i miei abiti: Tali cose esteriori non sono nei miei desideri: ma se è un peccato essere avido di onore, allora sono l’anima più peccatrice di questo mondo. No, cugino mio non augurarti  neanche un solo soldato che ci venga dall’Inghilterra.shakespeare Alla pace di Dio! Non vorrei perdere quel tanto d’onore che un sol uomo in più potrebbe condividere con me, neanche se andasse di mezzo la salvezza dell’anima mia. Oh! non desiderarne neanche uno; e, piuttosto, Westmoreland, fa’ proclamare in tutto l’esercito che chi non si sente l’animo di combattere se ne vada; gli daremo il passaporto e gli metteremo in borsa i denari per il viaggio. Non vorremmo morire con alcuno che temesse di esserci compagno nella morte. Oggi è la festa dei Santi Crispino e Crispiniano: chi sopravviverà e tornerà a casa, si leverà in punta di piedi e si farà più grande al nome di San Crispiniano. Chi non morirà oggi e vivrà fino alla vecchiaia, ogni anno, la vigilia, conviterà i vicini e dirà: “Domani è San Crispiniano”: poi tirerà su la manica e mostrerà le cicatrici e dirà: “Queste ferite le ebbi il giorno di San Crispino”. I vecchi dimenticano: egli dimenticherà tutto come gli altri, ma ricorderà le sue gesta di quel giorno … e fors’anche un pochino di più. E allora i nostri nomi, che saranno termini familiari in bocca sua, re Enrico, Bedford e Exeter, Warwick e Talbot, Salisbury e Gloucester, saranno ricordati di nuovo in mezzo ai bicchieri traboccanti: questa storia il buon uomo insegnerà a suo figlio. E sino alla fine del mondo il giorno di San Crispino e San Crispiniano non passerà senza che vengano menzionati i nostri nomi. Felici noi, noi pochi, schiera di fratelli; poiché chi oggi spargerà il suo sangue con me sarà mio fratello, e per quanto bassa sia la sua condizione questo giorno la nobiliterà: molti gentiluomini che dormono ora nei loro letti in Inghilterra malediranno se stessi per non essere stati qui oggi, e non parrà loro neanche di essere uomini quando parleranno con chi avrà combattuto con noi il giorno di S Crispino.”