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La Grecia non è la Germania, ma ….

13/02/2012

La Grecia non è certamente la Germania.

Non lo è per la differente ricchezza, per il numero degli abitanti, per il diverso rapporto dei rispettivi popoli verso il mare, per il modo affatto diverso di gioire e di piangere e per mille e mille altre cose e situazioni.

Eppure nessuno più dei tedeschi dovrebbe poter capire i greci. E proprio in momenti come questi.

Alla fine della prima guerra mondiale le potenze vincitrici ridussero la Germania alla fame. Per certi aspetti ai tedeschi si chiese anche un’oncia della loro carne. La tragica conseguenza fu l’avvento del nazionalismo hitleriano e dei danni che ne derivarono. Un popolo al quale venne tolta la speranza si gettò nelle braccia di chi parve un salvatore, Hitler appunto, che poco faticò a trovare sodali più violenti e meno intelligenti di lui e la ricca borghesia imprenditizia che, appoggiandolo, venne ripagata con commesse rilevanti (cannoni, carri armati, aerei, sommergibili, navi, etc. etc.).

Ora è la Grecia ad essere stata portata alla fame dai proprie errori nonché dalle politiche di Germania e Francia e dalla speculazione finanziaria internazionale. In altri termini, la Grecia ha perso una guerra e le potenze vincitrici ne chiedono il sangue ed once ed once di carne, sofferenza e disperazione.

La Germania, potenza europea dominante, allo scoppiare della crisi greca poteva imporre una soluzione rapida  chiedendo ai propri partner un piccolo sforzo economico concordando, con la Grecia, un non drammatico piano di salvataggio. Non lo fece perché da lì a pochi giorni vi sarebbe stata una consultazione non particolarmente rilevante in un Land. Il programma elettorale del partito della Merkel negava aiuti alla Grecia. Frau Merkel non corresse una virgola e la situazione di Atene iniziò a diventare una slavina sempre più pericolosa. La Francia non fu da meno. Succube della Germania ne seguì l’esempio aggravando a sua volta la situazione ellenica. I pochi (relativamente pochi) spiccioli che servivano a riallineare i conti della Grecia sono diventati ora una montagna. Viva l’alleanza franco-tedesca.

Di questi giorni, poi, è la scoperta che il governo precedente a quello di Papandreu, fece gli interessi Franco-Tedeschi assai più di quelli del proprio Paese. Firmò commesse su commesse per armi ed attrezzature militari. E quel che fa sorridere non è tanto il fatto che la Grecia non ne avesse bisogno o che i sottomarini in acquisto, a detta di esperti, non saprebbero “tenere il mare”. Quel che colpisce, aldilà della ragionevole presenza di “bustarelle” è che quando Papandreu fece presente a tedeschi e francesi che la Grecia non necessitava di quel po’ po’ di armamentario, si sentì rispondere che i finanziamenti richiesti per sanare l’economia del suo Paese sarebbero stati erogati solo se l’acquisto di materiale bellico fosse stato perfezionato. Insomma la Grecia era al guinzaglio, ottenne solo un piccolo sconto e dovette confermare gli ordini d’acquisto.

Non voglio dire altro. La finanza internazionale dalla crisi greca ha straguadagnato ed ancora lo sta facendo. Aziende Francesi e Tedesche hanno concretizzato profitti stratosferici, la Germania realizza il sogno di dominio su un Paese ove la cultura occidentale ha avuto la propria culla e che, da domani, considererà propria colonia o, quanto meno, proprio protettorato.

Che faranno i greci. Cercheranno il loro Hitler?, infiammeranno la regione? Si tornerà al tempo dei colonnelli richiamati dal film “Z Orgia del potere”?

Spero di no. Spero che l’orgoglio greco, che la Grecia, la mia amata Grecia risorga.

Da parte mia, che odio la stupidità, ricordo che chi sbaglia deve pagare, anche duramente, ma chi esige il sangue del debitore, la fame per lui ed i suoi figli non fa che seminare odio. E chi semina odio …

Ora, solo con la mia tristezza ascolterò Teodorakis, aprirò a caso una pagine dell’Odissea e mi ripenserò sul Partenone.

Buona notte a Voi tutti. 

     banzai43


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Europa, problemi vecchi e nuovi

24/03/2010

La guerra dei club

Il 15 Marzo Gazeta Wyborcza, in base alle conclusioni

di un analista bulgaro (Ivan Krastev), faceva il punto sulla situazione

europea. Ne è uscito un articolo interessante. Ve ne

propongo qualche stralcio, a mio giudizio fra i più

significativi, per fare un poco di bla bla bla anche

sull’Europa della cui unificazione si evita, ormai, di parlare.

E, per come la penso io, è un errore.

Ma attenzione. Non è finita. Sta per aprirsi

il capitolo Portogallo. Cosa seguirà?

banzai43


Ingresso vietato a polacchi e bulgari. Angelo Cavalli,  Presseurop
I membri fondatori contro gli ultimi arrivati, gli stati insolventi contro quelli virtuosi, i governi che chiedono continuamente contro quelli che penano ad accettare le conseguenze dell’Unione. (Omissis) … una nuova faglia che divide l’Unione europea.
Diciamoci la verità: se la Grecia fosse un paese dell’Europa centrale la “crisi greca” non ci sarebbe mai stata. Primo, Germania e Francia non avrebbero mai ammesso nella moneta unica un paese specializzato in inefficienza economica, pessime abitudini politiche e con un gran talento per la contabilità “creativa”. Secondo, se anche la Grecia “centroeuropea” fosse finita in qualche modo nell’eurozona, c’è da scommettere che Bruxelles avrebbe tenuto sotto stretto controllo le finanze di Atene. Ma la Grecia non è in Europa centrale. Mentre la Commissione europea combatte a spada tratta la corruzione nei paesi del “club Yalta” gli altri, specialmente quelli del “club Med”, godono di un trattamento da europei virtuosi senza esserlo neanche lontanamente.
Immaginate un primo ministro bulgaro o romeno che controlla l’80 per cento dei media nazionali …  Immaginate il capo di governo della Romania che si rifiuta di congelare i salari nonostante la crisi e gli ammonimenti di Bruxelles.  L’Europa non è uguale per tutti: se succede a Sofia o Budapest è uno scandalo oltraggioso, se succede a Roma o Madrid è un piccolo fastidio.  … Altrettanto preoccupante è la politica economica dell’attuale governo spagnolo, ma nessuno si azzarda a sollevare una critica aperta.
Bruxelles è sicuramente responsabile per la tragedia economica della Grecia. Il ruolo del governo dell’Unione è comparabile a quello recitato dai revisori della Arthur Andersen nello scandalo Enron. La crisi greca ha svelato una realtà inquietante nascosta dietro alla retorica della solidarietà europea. L’Ue parla di solidarietà ma gli stati europei non ne vogliono sapere. Per rendersene conto è sufficiente pensare che il 70 per cento dei tedeschi vogliono la Grecia fuori dall’Euro. Recentemente un membro del parlamento tedesco ha consigliato ad Atene un brillante rimedio per i problemi del paese: vendere qualche isola. Nel frattempo i media greci tirano fuori una storia dietro l’altra  sull’occupazione nazista della Grecia …  Diversamente da quanto si aspettavano molti politici e analisti, la crisi economica non ha risvegliato in Europa nessuno spirito di solidarietà. Anzi, è successo l’esatto contrario: la paura e la rabbia scatenatesi nei cittadini europei hanno partorito un sentimento di “rinazionalizzazione”.
Ed è l’Europa del sud, non quella centrale, il punto debole dell’economia comunitaria. Un anno fa si temeva che l’Europa centrale non avrebbe saputo affrontare la crisi in arrivo perché troppo viziata, politicamente instabile e con un’economia eccessivamente liberale. Oggi è evidente che le cose stavano e stanno diversamente. È l’Europa del sud – inconsistente, arretrata e lasciata troppo libera da Bruxelles – che non è in grado di rispondere alle sfide dell’emergenza economica. La differenza tra Ungheria e Grecia non sta nelle dimensioni dei problemi da affrontare, ma nella volontà politica dei governi di pagare il prezzo per uscire dal pantano. Al momento gli stati europei fuori dall’eurozona rispettano i criteri di Maastricht molto più di quelli che ne fanno parte. La Polonia è l’unica economia della Ue che non è stata colpita dalla recessione. Per dirla con le parole del primo ministro lituano, “fino a quando un paese non è membro della moneta unica i criteri di Maastricht bisogna applicarli seriamente. Ma una volta che sei dentro puoi fare praticamente quello che ti pare”.
L’Europa centrale può vantarsi di aver superato il test della crisi (almeno finora) e di aver dimostrato di essere la zona europea più pronta ad affrontare i cambiamenti. Ciononostante ha molto da perdere se l’Ue fraintenderà le cause della crisi greca e si abbandonerà ai suoi peggiori istinti. Secondo la maggioranza degli economisti, essere fuori dall’eurozona è un problema quando l’euro è in salute, ma è ancora peggio quando la moneta unica è in crisi. Paesi come Bulgaria ed Estonia temono oggi che la “ricompensa” per aver rispettato i dettami di Maastricht sarà un altro lungo stallo nella sala d’attesa dell’Euro.
La loro preoccupazione è che Francia e Germania, spaventate dalla vulnerabilità dei “Piigs” (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna), concentrino le forze per consolidare l’eurozona prima di allargarla. La crisi economica ha avuto effetti collaterali: oggi l’Ue è più divisa di quanto lo sia mai stata dall’inizio della guerra in Iraq. Fortunatamente, non è più una questione di “vecchia Europa” contro “nuova Europa”, ma di stati dell’euro contro gli altri. Sfortunatamente, se date un’occhiata a una cartina geografica vedrete che l’eurozona coincide con la vecchia Europa e gli altri sono quasi tutti i paesi del club Yalta. (as)
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