Posts Tagged ‘Francia’

dalla Francia Jaques Prévert

14/02/2019

Le belle famiglie

 

Luigi     I

Luigi     II

Luigi     III

Luigi     IV

Luigi     V

Luigi     VI

       Luigi     VII      

 Luigi     VIII

Luigi     IX

Luigi     X

 Luigi     XI

 Luigi     XII

  Luigi     XIII

  Luigi     XIV

 Luigi     XV

 Luigi     XVI

  Luigi     XVII

  Luigi     XVIII

e più nessuno più niente …

Che razza di gente è questa

che non è stata capace

di  contare fino a venti ?

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Brexit: Gran Bretagna, Europa e Vincenzo Monti

06/11/2016

Di questi tempi si parla molto di Brexit. Della fuoriuscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Dell’indicazione da parte della Suprema Corte Londinese del Parlamento e non del Governo di Sua Maestà, quale Organo decisore ultimo circa tempi e modalità della separazione. Si tocca con mano il fastidio e l’irritazionevincenzo-monti di molti Governi. Di quello tedesco in particolare. Storico è l’odio-amore dei francesi per i dirimpettai inglesi. E l’Italia?

Non so bene quali siano, se ve ne sono, precedenti storici di antipatia fra britannici ed italiani. Certo è che qualche cosa deve esserci o, quanto meno esserci stato per il “nostro” Vincenzo Monti se, in un passato poco prossimo (siamo nel 1802) ebbe a scrivere:

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All’Inghilterra

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Luce ti nieghi il sole, erba la terra.

Malvagia che dall’alga e dallo scoglio

Per la via de’ latron salisti al soglio

E con l’arma di Giuda esci alla guerra.

Fucina di delitti, in cui si serra

Tutto d’Europa il danno ed il cordoglio,

Tempo verrà che abbasserai l’orgoglio

Se stanco alfin pur Dio non ti sotterra.

La man che tempra dei Latini il fato

Ti scomporrà le trecce, e fia che chiuda

Questo di sangue umano empio mercato.

Pace avrà il mondo, e tu, feroce e cruda

Nel mar tiranno, all’amo abbandonato

Farai ritorno, pescatrice, ignuda.

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Azincourt 1415: inglesi e francesi per il regno di Francia

03/11/2016

Azincourt domani: 601 anni dopo. Anniversario di una battaglia leggendaria

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Era il 25 ottobre 1415 (4 novembre secondo l’attuale calendario gregoriano), un’umida giornata senza sole dopo giorni di pioggia intensa. Sull’altipiano di Azincourt si fronteggiavano inglesi e francesi per combattere una battaglia che sarebbe entrata nella leggenda prima che nei libri di storia e attraverso Shakespeare nell’imperitura memoria delle genti.

Enrico V re d’Inghilterra, alla testa di un esercito piccolo, ma ben equipaggiato, era salpato da Southampton ed approdato in Francia per rivendicarne il trono detenuto da Carlo VI. Intenzione degli inglesi era impossessarsi rapidamente della città di Harfleur, porto normanno (ora assorbito dalla città di Le Havre) per poi marciare verso l’interno. Ma le cose andarono diversamente. La città cadde dopo una strenua resistenza capeggiata da Raoul de Gauncourt e l’esercito inglese, già provato dalle fatiche dell’assedio, venne decimato da un’improvvida epidemia di colera.

Re Enrico allora, dopo aver lasciato ad Harfleur un presidio (che indebolì il suo esercito) decise di marciare verso Calais. Per giungervi erano previsti  8 giorni di marcia e l’attraversamento del fiume Somme. Ma i guadi erano presidiati dai Francesi ed Enrico moltiplicò i giorni di marcia alla ricerca di un nuovo passaggio, spingendosi all’interno e molto assottigliando le scorte di cibo. Quando il nuovo guado fu trovato, i francesi erano già arrivati con un esercito ancor più forte che in precedenza e, di fatto, avevano preso i trappola gli inglesi.

Sul campo, secondo stime attendibili, 30 mila francesi fronteggiavano 6000 inglesi (5000 dei quali arcieri, gallesi ed inglesi). Re Enrico decise di avanzare, i francesi di attaccare.

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Il terreno non poteva essere peggiore. Arato profondamente per la semina invernale del frumento e reso fangoso  dalle piogge, rendeva difficile il muoversi a uomini d’armi, pesantemente armati e protetti da corazza e da cavalieri su animali protetti anch’essi da piastre metalliche.

Erano circa le 11 del mattino; tre o quattro ore dopo era tutto finito.

La prima carica della cavalleria francese venne fermata da un nugolo di frecce e da pali, a doppia punta, infissi di sbieco nel terreno. Fu una carneficina. La seconda e terza carica francese fu fatta da uomini stanchi, semi accecati dalle celate degli elmi calate, intralciati dal terreno scivoloso, dal fango e dai morti della prima carica che ostacolavano il passaggio.

Gli inglesi, rispetto ai francesi, combattevano con maggiore velocità di movimento, in spazi maggiori; uccidevano senza pietà isolando singoli francesi in difficoltà, assalendoli in due o tre. Gli arcieri inglesi ebbero grandi meriti nella vittoria. Esaurite le frecce abbandonarono gli archi e parteciparono al massacro armati di corte alabarde, spade e mazzuoli.

azincourt-5Nella battaglia, fra i francesi, persero la vita 4000/5000 uomini d’arme, 1500 cavalieri ed il fior fiore della nobiltà, forse 98 nobili; fra essi i duchi di Alencon, di Bar, di Brabante, l’arcivescovo di Sens. Fra i prigionieri:  il duca d’Orléans, il duca di Borbone e Boucicault, Connestabile di Francia.

Gli inglesi ebbero perdite molto ridotte: circa 200. Fra queste il duca di York e il conte di Suffolk.

Enrico V, il re, combattè in prima linea con gran coraggio e salvò la vita al fratello Onfredo, ferito, duca di Gloucester.

Una fase della battaglia vide un’incursione francese contro le salmerie inglesi. Re Enrico, il cui esercito aveva già fatto molti prigionieri, guardati a vista nelle retrovie, temette che in un imminente contrattacco francese i prigionieri potessero prendere il sopravvento  sulle guardie. Ne decise allora la morte affidando agli arcieri le esecuzioni.

E’ la pagina nera della battaglia. Una decisione esecrabile, ma giustificata da un presunto nuovo scontro che avrebbe messo gli inglesi in grave pericolo e fors’anche modificato la sorte della battaglia.

La limpida vittoria di così pochi contro così tanti trasformò il fatto d’arme in un evento leggendario. Era il giorno di San Crispino e di San Crispiniano. Giornata di gloria, indimenticabile per gli inglesi. Giornata indimenticabile pure per i francesi, tragicamente indimenticabile, che la ricordano come “la malheureuse   journée”.

Concludo il post offrendovi, dall’Enrico V di Shakespeare,  uno stralcio del IV atto dove Re Enrico, prima dell’imminente battaglia, conversa con il conte di Westmoreland e dice:

“… In nome di Dio ti prego non augurarti che abbiamo un sol uomo di più. Per Giove! non sono avido di denaro, né mi curo di vedere chi mangia a mie spese; e non mi addoloro se altri porta i miei abiti: Tali cose esteriori non sono nei miei desideri: ma se è un peccato essere avido di onore, allora sono l’anima più peccatrice di questo mondo. No, cugino mio non augurarti  neanche un solo soldato che ci venga dall’Inghilterra.shakespeare Alla pace di Dio! Non vorrei perdere quel tanto d’onore che un sol uomo in più potrebbe condividere con me, neanche se andasse di mezzo la salvezza dell’anima mia. Oh! non desiderarne neanche uno; e, piuttosto, Westmoreland, fa’ proclamare in tutto l’esercito che chi non si sente l’animo di combattere se ne vada; gli daremo il passaporto e gli metteremo in borsa i denari per il viaggio. Non vorremmo morire con alcuno che temesse di esserci compagno nella morte. Oggi è la festa dei Santi Crispino e Crispiniano: chi sopravviverà e tornerà a casa, si leverà in punta di piedi e si farà più grande al nome di San Crispiniano. Chi non morirà oggi e vivrà fino alla vecchiaia, ogni anno, la vigilia, conviterà i vicini e dirà: “Domani è San Crispiniano”: poi tirerà su la manica e mostrerà le cicatrici e dirà: “Queste ferite le ebbi il giorno di San Crispino”. I vecchi dimenticano: egli dimenticherà tutto come gli altri, ma ricorderà le sue gesta di quel giorno … e fors’anche un pochino di più. E allora i nostri nomi, che saranno termini familiari in bocca sua, re Enrico, Bedford e Exeter, Warwick e Talbot, Salisbury e Gloucester, saranno ricordati di nuovo in mezzo ai bicchieri traboccanti: questa storia il buon uomo insegnerà a suo figlio. E sino alla fine del mondo il giorno di San Crispino e San Crispiniano non passerà senza che vengano menzionati i nostri nomi. Felici noi, noi pochi, schiera di fratelli; poiché chi oggi spargerà il suo sangue con me sarà mio fratello, e per quanto bassa sia la sua condizione questo giorno la nobiliterà: molti gentiluomini che dormono ora nei loro letti in Inghilterra malediranno se stessi per non essere stati qui oggi, e non parrà loro neanche di essere uomini quando parleranno con chi avrà combattuto con noi il giorno di S Crispino.” 

La Grecia non è la Germania, ma ….

13/02/2012

La Grecia non è certamente la Germania.

Non lo è per la differente ricchezza, per il numero degli abitanti, per il diverso rapporto dei rispettivi popoli verso il mare, per il modo affatto diverso di gioire e di piangere e per mille e mille altre cose e situazioni.

Eppure nessuno più dei tedeschi dovrebbe poter capire i greci. E proprio in momenti come questi.

Alla fine della prima guerra mondiale le potenze vincitrici ridussero la Germania alla fame. Per certi aspetti ai tedeschi si chiese anche un’oncia della loro carne. La tragica conseguenza fu l’avvento del nazionalismo hitleriano e dei danni che ne derivarono. Un popolo al quale venne tolta la speranza si gettò nelle braccia di chi parve un salvatore, Hitler appunto, che poco faticò a trovare sodali più violenti e meno intelligenti di lui e la ricca borghesia imprenditizia che, appoggiandolo, venne ripagata con commesse rilevanti (cannoni, carri armati, aerei, sommergibili, navi, etc. etc.).

Ora è la Grecia ad essere stata portata alla fame dai proprie errori nonché dalle politiche di Germania e Francia e dalla speculazione finanziaria internazionale. In altri termini, la Grecia ha perso una guerra e le potenze vincitrici ne chiedono il sangue ed once ed once di carne, sofferenza e disperazione.

La Germania, potenza europea dominante, allo scoppiare della crisi greca poteva imporre una soluzione rapida  chiedendo ai propri partner un piccolo sforzo economico concordando, con la Grecia, un non drammatico piano di salvataggio. Non lo fece perché da lì a pochi giorni vi sarebbe stata una consultazione non particolarmente rilevante in un Land. Il programma elettorale del partito della Merkel negava aiuti alla Grecia. Frau Merkel non corresse una virgola e la situazione di Atene iniziò a diventare una slavina sempre più pericolosa. La Francia non fu da meno. Succube della Germania ne seguì l’esempio aggravando a sua volta la situazione ellenica. I pochi (relativamente pochi) spiccioli che servivano a riallineare i conti della Grecia sono diventati ora una montagna. Viva l’alleanza franco-tedesca.

Di questi giorni, poi, è la scoperta che il governo precedente a quello di Papandreu, fece gli interessi Franco-Tedeschi assai più di quelli del proprio Paese. Firmò commesse su commesse per armi ed attrezzature militari. E quel che fa sorridere non è tanto il fatto che la Grecia non ne avesse bisogno o che i sottomarini in acquisto, a detta di esperti, non saprebbero “tenere il mare”. Quel che colpisce, aldilà della ragionevole presenza di “bustarelle” è che quando Papandreu fece presente a tedeschi e francesi che la Grecia non necessitava di quel po’ po’ di armamentario, si sentì rispondere che i finanziamenti richiesti per sanare l’economia del suo Paese sarebbero stati erogati solo se l’acquisto di materiale bellico fosse stato perfezionato. Insomma la Grecia era al guinzaglio, ottenne solo un piccolo sconto e dovette confermare gli ordini d’acquisto.

Non voglio dire altro. La finanza internazionale dalla crisi greca ha straguadagnato ed ancora lo sta facendo. Aziende Francesi e Tedesche hanno concretizzato profitti stratosferici, la Germania realizza il sogno di dominio su un Paese ove la cultura occidentale ha avuto la propria culla e che, da domani, considererà propria colonia o, quanto meno, proprio protettorato.

Che faranno i greci. Cercheranno il loro Hitler?, infiammeranno la regione? Si tornerà al tempo dei colonnelli richiamati dal film “Z Orgia del potere”?

Spero di no. Spero che l’orgoglio greco, che la Grecia, la mia amata Grecia risorga.

Da parte mia, che odio la stupidità, ricordo che chi sbaglia deve pagare, anche duramente, ma chi esige il sangue del debitore, la fame per lui ed i suoi figli non fa che seminare odio. E chi semina odio …

Ora, solo con la mia tristezza ascolterò Teodorakis, aprirò a caso una pagine dell’Odissea e mi ripenserò sul Partenone.

Buona notte a Voi tutti. 

     banzai43


Europa, problemi vecchi e nuovi

24/03/2010

La guerra dei club

Il 15 Marzo Gazeta Wyborcza, in base alle conclusioni

di un analista bulgaro (Ivan Krastev), faceva il punto sulla situazione

europea. Ne è uscito un articolo interessante. Ve ne

propongo qualche stralcio, a mio giudizio fra i più

significativi, per fare un poco di bla bla bla anche

sull’Europa della cui unificazione si evita, ormai, di parlare.

E, per come la penso io, è un errore.

Ma attenzione. Non è finita. Sta per aprirsi

il capitolo Portogallo. Cosa seguirà?

banzai43


Ingresso vietato a polacchi e bulgari. Angelo Cavalli,  Presseurop
I membri fondatori contro gli ultimi arrivati, gli stati insolventi contro quelli virtuosi, i governi che chiedono continuamente contro quelli che penano ad accettare le conseguenze dell’Unione. (Omissis) … una nuova faglia che divide l’Unione europea.
Diciamoci la verità: se la Grecia fosse un paese dell’Europa centrale la “crisi greca” non ci sarebbe mai stata. Primo, Germania e Francia non avrebbero mai ammesso nella moneta unica un paese specializzato in inefficienza economica, pessime abitudini politiche e con un gran talento per la contabilità “creativa”. Secondo, se anche la Grecia “centroeuropea” fosse finita in qualche modo nell’eurozona, c’è da scommettere che Bruxelles avrebbe tenuto sotto stretto controllo le finanze di Atene. Ma la Grecia non è in Europa centrale. Mentre la Commissione europea combatte a spada tratta la corruzione nei paesi del “club Yalta” gli altri, specialmente quelli del “club Med”, godono di un trattamento da europei virtuosi senza esserlo neanche lontanamente.
Immaginate un primo ministro bulgaro o romeno che controlla l’80 per cento dei media nazionali …  Immaginate il capo di governo della Romania che si rifiuta di congelare i salari nonostante la crisi e gli ammonimenti di Bruxelles.  L’Europa non è uguale per tutti: se succede a Sofia o Budapest è uno scandalo oltraggioso, se succede a Roma o Madrid è un piccolo fastidio.  … Altrettanto preoccupante è la politica economica dell’attuale governo spagnolo, ma nessuno si azzarda a sollevare una critica aperta.
Bruxelles è sicuramente responsabile per la tragedia economica della Grecia. Il ruolo del governo dell’Unione è comparabile a quello recitato dai revisori della Arthur Andersen nello scandalo Enron. La crisi greca ha svelato una realtà inquietante nascosta dietro alla retorica della solidarietà europea. L’Ue parla di solidarietà ma gli stati europei non ne vogliono sapere. Per rendersene conto è sufficiente pensare che il 70 per cento dei tedeschi vogliono la Grecia fuori dall’Euro. Recentemente un membro del parlamento tedesco ha consigliato ad Atene un brillante rimedio per i problemi del paese: vendere qualche isola. Nel frattempo i media greci tirano fuori una storia dietro l’altra  sull’occupazione nazista della Grecia …  Diversamente da quanto si aspettavano molti politici e analisti, la crisi economica non ha risvegliato in Europa nessuno spirito di solidarietà. Anzi, è successo l’esatto contrario: la paura e la rabbia scatenatesi nei cittadini europei hanno partorito un sentimento di “rinazionalizzazione”.
Ed è l’Europa del sud, non quella centrale, il punto debole dell’economia comunitaria. Un anno fa si temeva che l’Europa centrale non avrebbe saputo affrontare la crisi in arrivo perché troppo viziata, politicamente instabile e con un’economia eccessivamente liberale. Oggi è evidente che le cose stavano e stanno diversamente. È l’Europa del sud – inconsistente, arretrata e lasciata troppo libera da Bruxelles – che non è in grado di rispondere alle sfide dell’emergenza economica. La differenza tra Ungheria e Grecia non sta nelle dimensioni dei problemi da affrontare, ma nella volontà politica dei governi di pagare il prezzo per uscire dal pantano. Al momento gli stati europei fuori dall’eurozona rispettano i criteri di Maastricht molto più di quelli che ne fanno parte. La Polonia è l’unica economia della Ue che non è stata colpita dalla recessione. Per dirla con le parole del primo ministro lituano, “fino a quando un paese non è membro della moneta unica i criteri di Maastricht bisogna applicarli seriamente. Ma una volta che sei dentro puoi fare praticamente quello che ti pare”.
L’Europa centrale può vantarsi di aver superato il test della crisi (almeno finora) e di aver dimostrato di essere la zona europea più pronta ad affrontare i cambiamenti. Ciononostante ha molto da perdere se l’Ue fraintenderà le cause della crisi greca e si abbandonerà ai suoi peggiori istinti. Secondo la maggioranza degli economisti, essere fuori dall’eurozona è un problema quando l’euro è in salute, ma è ancora peggio quando la moneta unica è in crisi. Paesi come Bulgaria ed Estonia temono oggi che la “ricompensa” per aver rispettato i dettami di Maastricht sarà un altro lungo stallo nella sala d’attesa dell’Euro.
La loro preoccupazione è che Francia e Germania, spaventate dalla vulnerabilità dei “Piigs” (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna), concentrino le forze per consolidare l’eurozona prima di allargarla. La crisi economica ha avuto effetti collaterali: oggi l’Ue è più divisa di quanto lo sia mai stata dall’inizio della guerra in Iraq. Fortunatamente, non è più una questione di “vecchia Europa” contro “nuova Europa”, ma di stati dell’euro contro gli altri. Sfortunatamente, se date un’occhiata a una cartina geografica vedrete che l’eurozona coincide con la vecchia Europa e gli altri sono quasi tutti i paesi del club Yalta. (as)
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