Archive for the ‘Stralci di prosa’ Category

della vecchiezza

13/04/2017

“Con il progredire della sua carriera Shakespeare spostò l’obiettivo dei suoi drammi dall’ardore di giovani uomini e donne impazienti di andare avanti con la propria vita alla generazione più vecchia”

Così, con chiarezza, si esprime Stephen Greenblatt nel bel volume “SHAKESPEARE, Una vita nel teatro” che ipotizza l’esistenza, per il bardo, di un brutto sogno, quello del “rischio della dipendenza che la vecchiaia comportava” 

Ma con quali accenti il drammaturgo richiama la vecchiaia? Vediamolo in due dei molti, possibili, passaggi:

Da “Macbeth”:

Il sentiero della mia vita scende alla terra vizza, la foglia gialla, e quanto dovrebbe andare con la vecchiaia, come rispetto, affetto, ubbidienza, amici attorno non devo sperarlo.

e da “I due nobili cugini”

Il crampo della vecchiaia gli aveva messo un piede fuori posto, la gotta gli aveva saldato le dita in nodi, atroci spasmi dall’orbite sporgenti avevan quasi spinto fuori i globi, sì che quanto di vita era in lui sembrava tormento.

Non vi sembra, amici miei, di vedere la vecchiezza che avanza con altri occhi ?

Grande Shakespeare, GRANDE !

Buona Pasqua a tutti. Ai giovani come ai vecchi.

 

 

 

banzai43

 

Azincourt 1415: inglesi e francesi per il regno di Francia

03/11/2016

Azincourt domani: 601 anni dopo. Anniversario di una battaglia leggendaria

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Era il 25 ottobre 1415 (4 novembre secondo l’attuale calendario gregoriano), un’umida giornata senza sole dopo giorni di pioggia intensa. Sull’altipiano di Azincourt si fronteggiavano inglesi e francesi per combattere una battaglia che sarebbe entrata nella leggenda prima che nei libri di storia e attraverso Shakespeare nell’imperitura memoria delle genti.

Enrico V re d’Inghilterra, alla testa di un esercito piccolo, ma ben equipaggiato, era salpato da Southampton ed approdato in Francia per rivendicarne il trono detenuto da Carlo VI. Intenzione degli inglesi era impossessarsi rapidamente della città di Harfleur, porto normanno (ora assorbito dalla città di Le Havre) per poi marciare verso l’interno. Ma le cose andarono diversamente. La città cadde dopo una strenua resistenza capeggiata da Raoul de Gauncourt e l’esercito inglese, già provato dalle fatiche dell’assedio, venne decimato da un’improvvida epidemia di colera.

Re Enrico allora, dopo aver lasciato ad Harfleur un presidio (che indebolì il suo esercito) decise di marciare verso Calais. Per giungervi erano previsti  8 giorni di marcia e l’attraversamento del fiume Somme. Ma i guadi erano presidiati dai Francesi ed Enrico moltiplicò i giorni di marcia alla ricerca di un nuovo passaggio, spingendosi all’interno e molto assottigliando le scorte di cibo. Quando il nuovo guado fu trovato, i francesi erano già arrivati con un esercito ancor più forte che in precedenza e, di fatto, avevano preso i trappola gli inglesi.

Sul campo, secondo stime attendibili, 30 mila francesi fronteggiavano 6000 inglesi (5000 dei quali arcieri, gallesi ed inglesi). Re Enrico decise di avanzare, i francesi di attaccare.

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Il terreno non poteva essere peggiore. Arato profondamente per la semina invernale del frumento e reso fangoso  dalle piogge, rendeva difficile il muoversi a uomini d’armi, pesantemente armati e protetti da corazza e da cavalieri su animali protetti anch’essi da piastre metalliche.

Erano circa le 11 del mattino; tre o quattro ore dopo era tutto finito.

La prima carica della cavalleria francese venne fermata da un nugolo di frecce e da pali, a doppia punta, infissi di sbieco nel terreno. Fu una carneficina. La seconda e terza carica francese fu fatta da uomini stanchi, semi accecati dalle celate degli elmi calate, intralciati dal terreno scivoloso, dal fango e dai morti della prima carica che ostacolavano il passaggio.

Gli inglesi, rispetto ai francesi, combattevano con maggiore velocità di movimento, in spazi maggiori; uccidevano senza pietà isolando singoli francesi in difficoltà, assalendoli in due o tre. Gli arcieri inglesi ebbero grandi meriti nella vittoria. Esaurite le frecce abbandonarono gli archi e parteciparono al massacro armati di corte alabarde, spade e mazzuoli.

azincourt-5Nella battaglia, fra i francesi, persero la vita 4000/5000 uomini d’arme, 1500 cavalieri ed il fior fiore della nobiltà, forse 98 nobili; fra essi i duchi di Alencon, di Bar, di Brabante, l’arcivescovo di Sens. Fra i prigionieri:  il duca d’Orléans, il duca di Borbone e Boucicault, Connestabile di Francia.

Gli inglesi ebbero perdite molto ridotte: circa 200. Fra queste il duca di York e il conte di Suffolk.

Enrico V, il re, combattè in prima linea con gran coraggio e salvò la vita al fratello Onfredo, ferito, duca di Gloucester.

Una fase della battaglia vide un’incursione francese contro le salmerie inglesi. Re Enrico, il cui esercito aveva già fatto molti prigionieri, guardati a vista nelle retrovie, temette che in un imminente contrattacco francese i prigionieri potessero prendere il sopravvento  sulle guardie. Ne decise allora la morte affidando agli arcieri le esecuzioni.

E’ la pagina nera della battaglia. Una decisione esecrabile, ma giustificata da un presunto nuovo scontro che avrebbe messo gli inglesi in grave pericolo e fors’anche modificato la sorte della battaglia.

La limpida vittoria di così pochi contro così tanti trasformò il fatto d’arme in un evento leggendario. Era il giorno di San Crispino e di San Crispiniano. Giornata di gloria, indimenticabile per gli inglesi. Giornata indimenticabile pure per i francesi, tragicamente indimenticabile, che la ricordano come “la malheureuse   journée”.

Concludo il post offrendovi, dall’Enrico V di Shakespeare,  uno stralcio del IV atto dove Re Enrico, prima dell’imminente battaglia, conversa con il conte di Westmoreland e dice:

“… In nome di Dio ti prego non augurarti che abbiamo un sol uomo di più. Per Giove! non sono avido di denaro, né mi curo di vedere chi mangia a mie spese; e non mi addoloro se altri porta i miei abiti: Tali cose esteriori non sono nei miei desideri: ma se è un peccato essere avido di onore, allora sono l’anima più peccatrice di questo mondo. No, cugino mio non augurarti  neanche un solo soldato che ci venga dall’Inghilterra.shakespeare Alla pace di Dio! Non vorrei perdere quel tanto d’onore che un sol uomo in più potrebbe condividere con me, neanche se andasse di mezzo la salvezza dell’anima mia. Oh! non desiderarne neanche uno; e, piuttosto, Westmoreland, fa’ proclamare in tutto l’esercito che chi non si sente l’animo di combattere se ne vada; gli daremo il passaporto e gli metteremo in borsa i denari per il viaggio. Non vorremmo morire con alcuno che temesse di esserci compagno nella morte. Oggi è la festa dei Santi Crispino e Crispiniano: chi sopravviverà e tornerà a casa, si leverà in punta di piedi e si farà più grande al nome di San Crispiniano. Chi non morirà oggi e vivrà fino alla vecchiaia, ogni anno, la vigilia, conviterà i vicini e dirà: “Domani è San Crispiniano”: poi tirerà su la manica e mostrerà le cicatrici e dirà: “Queste ferite le ebbi il giorno di San Crispino”. I vecchi dimenticano: egli dimenticherà tutto come gli altri, ma ricorderà le sue gesta di quel giorno … e fors’anche un pochino di più. E allora i nostri nomi, che saranno termini familiari in bocca sua, re Enrico, Bedford e Exeter, Warwick e Talbot, Salisbury e Gloucester, saranno ricordati di nuovo in mezzo ai bicchieri traboccanti: questa storia il buon uomo insegnerà a suo figlio. E sino alla fine del mondo il giorno di San Crispino e San Crispiniano non passerà senza che vengano menzionati i nostri nomi. Felici noi, noi pochi, schiera di fratelli; poiché chi oggi spargerà il suo sangue con me sarà mio fratello, e per quanto bassa sia la sua condizione questo giorno la nobiliterà: molti gentiluomini che dormono ora nei loro letti in Inghilterra malediranno se stessi per non essere stati qui oggi, e non parrà loro neanche di essere uomini quando parleranno con chi avrà combattuto con noi il giorno di S Crispino.” 

della Natura e dell’umana condizione

12/03/2016

… molti sono i pericoli nella vita dell’uomo. Per terra e per mare, dentro e fuori di sé.

A tal proposito, fra i ricordi delle mie passate letture …

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naufragio

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… Un uomo, quando comincia a capire che per la natura egli non è altro che una creatura insignificante e che, sottraendogli la vita, non si mutila l’universo, vorrebbe inizialmente scagliare pietre contro i templi; e il fatto che non ci siano né pietre né templi lo esaspera nel profondo. Colpirebbe con la sua ira qualunque simulacro della natura.

Poi, non trovando nulla di tangibile contro cui scagliarsi, proverebbe a mettersi dinnanzi a una personificazione e a pregarla in ginocchio, con le mani giunte, dicendo: “Si, ma io amo me stesso!”

Una stella lontana nel freddo cielo invernale è l’unica risposta che egli trova alle sue suppliche; è così che egli raggiunge la piena consapevolezza della drammaticità della propria condizione.  …

Tratto da “La scialuppa” racconto di Stephen Crane

Buona domenica a tutti

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Figli e genitori

23/01/2016

….. Ovviamente, i genitori, ai quali non era stato possibile nascondere tutta la verità, erano storditi e stravolti per genitori e figliquanto accaduto al figlio, che mai avrebbero immaginato capace di macchiarsi di un furto sul posto di lavoro, con l’educazione e l’esempio che pensavano di avergli dato. Ma tant’è, per quanto i genitori s’impegnino, bisogna anche avere la fortuna che un giovane non faccia incontri che in quattro e quattr’otto mandino a gambe all’aria tutti i buoni principi che gli sono stati inculcati. Soprattutto poi se uno, o una, si innamora della persona sbagliata … qui non ci sono educazione e principi che tengano: la storia e la cronaca sono piene di uomini, e donne spostati violentemente dalla cosiddetta retta via dalla forza di un amore malato, che li priva completamente del lume della ragione.

da Arrigoni e la bella del Chiaravalle, romanzo di Dario Crapanzano. Mondadori Editore 

parole di navigatore

17/01/2016

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Cristoforo Colombo

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… Porto meco uomini di quest’isola e delle altre da me visitate i quali faranno testimonianza di ciò che dissi.

Io prometto: che a’ nostri invittissimi Re, sol che m’accordino un po’ d’aiuto, io sarò per dare tant’oro quanto sarà lor necessario (…..) e tanti servi idolatri, quanti ne vogliano le loro Maestà (…..) esulti Cristo in terra come in cielo, perché volle che fossero salvate le anime di tanti popoli prima perdute.

Cristoforo Colombo

25 Aprile. Una storia partigiana

25/04/2015

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25 Aprile 2015

Una storia partigiana

Emilia, una famiglia composta da madre, padre e sette figli. Quattro femmine e tre maschi.

Contadini poveri, mezzadri che tirano a campare come possono, spesso barattando qualche uovo con altri beni di consumo. Poveri, dicevo, ma con un gran cuore.

Un bimbo, dato a balia da una giovane servetta, rimasta incinta dal “padrone” viene abbandonato per impossibilità a mantenerlo. La balia non lo tiene. Quella famiglia, invece, lo accetta in un moto di spontanea solidarietà e lo tiene presso di sé come un figlio proprio, legittimo, da pari a pari, fratello fra fratelli e sorelle, sino all’età adulta.

Passano gli anni, il fascismo pone la sua ipoteca sul Paese, nasce l’alleanza con la Germania, scoppia la seconda guerra mondiale e poi la resistenza partigiana.

Il figlio acquisito entra nella resistenza, si fa onore e diventa un capo partigiano. Una delle “sorelle” innamorata di un giovane del luogo resta incinta.

Ora provate ad immaginare. Anno 1945, Emilia, colline in provincia di Reggio Emilia. In zona legione fascista e forte contingente tedesco che impone il proprio volere a tutti, fascisti compresi. Contro di essi il movimento di partigiani in atto. Perquisizioni, sequestro di beni ai contadini per spezzarne la resistenza morale e eliminare il sostegno ai resistenti, violenze fisiche e morali, omicidi a sangue freddo, scontri a fuoco.

Il “fratello” viene fatto prigioniero dai tedeschi, accusato di sovversione e condannato a morte. Sentenza da eseguire in un futuro non molto lontano. La costernazione della “famiglia” è grande. Un figlio, un fratello, era in mani nemiche e veniva certamente torturato perché parlasse, perché desse informazioni cruciali: “Quanti sono nella tua brigata, che armi hanno, come vengono trasmessi gli ordini, chi le staffette, chi i portaordini, quali le prossime mosse, chi comanda, ……”

La “sorella” allora (incinta, ricordiamolo), inforcata la bicicletta  scese dalla collina al piano e si presentò al comandante tedesco di zona. Chiese di parlare al condannato a morte, gli fu negato, pregò lungamente, disse che il figlio che aveva in grembo era del prigioniero (cosa facilitata dal fatto che avevano cognomi diversi), che voleva che almeno potesse sentire il battito del cuore del bimbo (o della bimba) considerato che non avrebbe potuto vederlo nascere. Tanto disse e tanto pianse che le permisero di vederlo. Non vi descriverò lo stato, fisico dell’uno e morale dell’altra.

Le visite si ripeterono. La famiglia così, pur in costante apprensione (come non esserlo pensando ad un fratello davanti al plotone d’esecuzione?) ebbe notizie periodiche. Il comandante tedesco, forse sorpreso della costanza della giovane, della dedizione della ragazza all’uomo, della forza dell’amore in mezzo alla barbarie, un giorno fermò la giovane e le disse che poteva capirla poiché lui pure, in Germania, aveva moglie e figli piccoli e la rilasciò con alcuni generi di conforto. Ma per il prigioniero non avrebbe potuto fare nulla. Era stato condannato e la sentenza doveva essere eseguita.

L’andare e venire della ragazza, giù e su dalla collina con grande sforzo, non era sfuggito alle vedette partigiane, al movimento di liberazione. Una sera, dopo che la ragazza era stata a far visita al “fratello”, la fermarono in malo modo, le intimarono di seguirli e la imprigionarono quale collaborazionista. La giovane spiego chi fosse “Sono la sorella di …. , la mamma vuole sue notizie, piange sempre e si dispera, la famiglia tutta si dispera. Io non tradisco. Mi sono spacciata per la sua fidanzata, ma sono sua sorella ….”

La ragazza rischiava la morte per mano partigiana. Chiese allora di poter parlare con “……..” il capo di suo “fratello” che lei conosceva. Nel frattempo era scesa la notte. La legarono mani e piedi. Al mattino una staffetta mandata appositamente, la sera prima, a trovare il “capo”, giunse con l’ordine di liberarla. Tornò a casa.

Da quel momento fu staffetta partigiana e “osservatrice”.  Quando scendeva al piano doveva guardare attentamente cosa fosse cambiato rispetto alla volta precedente: quanti uomini, quanti camion, quali armi fossero a disposizione. Quanti presidi nazifascisti l’avevano fermata, di quanti uomini erano composti, dove locati e così via. Più volte rischiò la vita, più e più volte trasmise ordini.

Alcuni giorni prima di quello fissato per l’esecuzione i tedeschi, vista l’avanzata degli americani se ne andarono ritirandosi ordinatamente. La fucilazione non avvenne. Il “fratello” fu liberato e rientrò in famiglia per la felicità di “mamma”, “papà”, “sorelle” e “fratelli”. Lui, il condannato, non raccontò mai delle angherie, delle botte, delle vessazioni e delle torture subite.

Certo è che non parlò, non tradì. Il rispetto che godette negli anni successivi fu immenso. Un vincolo, ancor più forte che in passato legò quel “fratello” a quella “sorella” per tutta la loro vita. Ora sono morti entrambi.

Lui era Lino, nome di battaglia “Noro”. Lei era Armentina. La bimba che portava in grembo venne chiamata Anna (detta Marisa), rispettivamente mia suocera e mia moglie.

Ad ambedue ed alle giovani generazioni affido questa semplice storia partigiana di giovinezza, dedizione, determinazione,  coraggio, che lega fra loro l’amor patrio, l’amore familiare, il desiderio di libertà, di verità, di giustizia.

Naturalmente è dedicata anche a Voi, amici miei, oggi sabato 25 aprile 2015, nel ricordo di quel tempo da non dimenticare.

Viva l’Italia resistente, democratica, repubblicana, libera e unita.

Viva l’Italia.

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A sé stesso mentire

21/02/2015

F.lli Karamazov….

Chi mente a sé stesso e presta ascolto alle proprie menzogne arriva al punto di non distinguere più la verità, né in sé stesso, né intorno a sé.

F. DOSTOEVSKIJ, Fratelli Karamazov

della gelosia

31/08/2014
Cari amici buondì,
   dopo una breve vacanza durata assai più del previsto, in compagnia di qualche buon libro (e della moglie, naturalmente), rieccomi a Milano.
Dalle letture più recenti eccovi una interessante definizione della gelosia, quel mostro che s’annida in molti di noi e, quando non controllato, può condurre ad immani tragedie.
Buona domenica a tutti.

banzai43

indovina

“La gelosia è la prigione più avvilente che ci sia al mondo. Perché è una prigione nella quale l’individuo si rinchiude da solo. Non ci viene spinto a forza da qualcuno. Ci entra di sua spontanea volontà, chiude la porta a chiave dall’interno e getta la chiave dalla finestra, al di là delle sbarre. E nessuno sa che lui è incarcerato lì dentro. Naturalmente se volesse potrebbe andarsene. Perché quelle sbarre di ferro si trovano nel suo cuore. Ma non riesce a farlo. Il suo cuore è diventato duro come un muro di pietra. Questa è la natura della gelosia.”

MURAKAMI HARUKI

da “L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio”

L’orchestra (o della primavera)

01/05/2014

..In giardino c’è un immenso rumore: La primavera sta facendo il suo ingresso in questa città.

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.E’ arrivato un grillo e la terra suona come un’orchestra. Tutto lo strepito che esco a cercare è in un vaso: tremante.

(da “L’emozione delle cose”

di Angeles Mastretta)

Omaggio a Milano (di Roberto Vecchioni)

05/04/2014

gtfoto 060   L’inserto MILANO Lombardia del Corriere della Sera di oggi (Sabato 5 Aprile 2014) parla anche di Roberto Vecchioni, il cantautore, e del suo rapporto con Milano, la sua città. Ed a Milano, Vecchioni dedica oggi la “Lettera alla mia città” di cui riporto il testo. Lo propongo a tutti  perché stamane, quando l’ho letto, m’è piaciuto. Vi ho trovato sentimenti e intimità che io stesso, talora, provo. Pensieri che vorrei tutte le città meritassero, sensazioni che gradirei ogni cittadino trovasse dentro se stesso per dedicare alla città che, in fondo all’animo, sentisse come propria. Questo il testo.

LETTERA ALLA MIA CITTA’

Perché amo Milano

Perché è una città bellissima e segreta che non sfavilla, non mette in mostra, non acceca di bellezza premeditata perVecchioni confonderti; non ha l’alibi di un fiume né il facile incantesimo di mare aperto agli incanti lunari, ma giardini nascosti come gemme fra mura di storia; perché ha malinconie solari che un raggio basta a farla splendente e nevai lontani da toccare con mano nei giorni limpidi; perché è una città di uomini e non di maschere e gli uomini quando promettono mantengono, quando amano non ne fanno propaganda, ma tesoro intimo; perché non ha colori che distraggono il bianco e il nero, il falso e il vero, perché nessun’altra città veramente la conosce e la confonde negli stereotipi di quel che non è; perché non fa chiasso, non spergiura, non nasconde nell’ombra e si prende le colpe, se ne ha, senza aggrapparsi ai vetri di futili scuse infantili; perché è vita, perché non si ferma e rinasce silenziosamente su se stessa. Perché io sono il suo bambino e continuo a cercare il pallone che un giorno ho calciato tra le sue piccole e grandi strade.

ROBERTO VECCHIONI