Archive for the ‘Racconti’ Category

Dei luoghi dell’anima, della maturità, dell’amicizia

10/11/2013

striscia castellazza

Dei luoghi dell’anima, della maturità, dell’amicizia

Sin da bambino mi sono dichiarato mezzo milanese (per padre) e mezzo trentino (da parte di madre). E quest’oggi vi parlerò del mio rapporto col Trentino e con l’amicizia. Legami forti che l’assenza, la lontananza dai luoghi, i tanti anni trascorsi non sono riuscitPasso Broccon 01 037i a sfumare o rendere meno intensi.

Finito l’anno scolastico, bambino, la mamma mi portava dalla nonna. Niente automobile, allora. Si partiva la notte dalla Stazione Centrale di Milano, destinazione Trento.  Arrivati  di primo mattino, dopo una veloce colazione al bar via di corsa alla stazione delle corriere per inerpicarsi, motore sbuffante, verso Castello Tesino, 940 m. sul mare, a casa della nonna, a due passi dal monte Celado e dal più noto passo del Brocon (1.616 metri). 

Già il solo giungere a Trento era per me una forte emozione. L’aria frizzante del prima mattino,  profumata e leggera e le montagne sullo sfondo, come un mezzo anfiteatro, mi davano un nuovo benvenuto. E mi inebriava il pensiero che di lì a poco sarei stato ancora più su, dalla nonna, a “Castello”, dove avrei  ritrovato gli amici di sempre (Dante, Sergio, Firmino, Norma, Bruno …) che, allertati dalla nonna, mi avrebbero accolto sorridenti non come il “milanese” che arrivava in campagna, ma il “castelazzo” (abitante di Castello) che tornava al paese, che tornava a casa.

 Con gli amici, dopo aver raccontato e raccolto le piccole novità, riprendevo i Dalla strada per Celado.Bgiochi soliti e quelli di più recente sperimentazione maturati  nel corso della reciproca lontananza. Ma il lungo periodo della separazione sembrava svanito. Tutto veniva “ripreso” come se  vi fosse stata un’interruzione il giorno prima. Il tempo, che s’era fermato, riprendeva ora a scorrere, d’incanto, là dove s’era fermato tanto tanto tempo prima. 

Ripartita la mamma qualche giorno dopo l’arrivo, staccavo con l’italiano per parlare il dialetto e cercavo di sfuggire agli scappellotti dello zio Carlo, il genietto della famiglia (imbianchino, pittore, scultore nel legno, musicista, compositore ecc. ecc.), il più giovane fratello di mia madre che tentava di frenare le mie tante marachelle che la nonna non riusciva a contrastare.

Da parte mia celebravo, giornalmente, la  festa della libertà, dell’ apprendistato, per diventare, gioiosamente, un uomo libero. 

Libero nelle scelte, convinto dell’amicizia e dell’eternità dell’amore, del diritto a godere della natura e della bellezza, della pioggia subitanea, della voce del ruscello, dell’intrico del bosco, del rintocco delle campane, del sibilare del vento, delle nuvole in cielo, della luce e delle tenebre,  delle feste e dei balli paesani.  Tutto era insegnamento, tutto era gioco. 

E così passai, stagione dopo stagione, dalla fanciullezza alla giovinezza, ai primi amori, alle prime pulsioni e dubbi e tormenti. Ho vivo il ricordo del rossetto scarlatto su giovanissime labbra, delle prime impacciate carezze ad un corpo femminile, dei primi dolorosi addii. E che dire delle lunghe serate a ballare con i dischi del juke box (i soldi raccolti fra i villeggianti, anch’essi alla ricerca di un momento di svago)?

Scherzi della memoria: le gite nei boschi a raccogliere ciclamini e mirtilli e fragoline; la posa,  nell’intrico degli alberi, attorno a polle d’acqua, di bacchette di vischio per la cattura di uccellini per la polenta, la ricerca dei funghi con la nonna, le levatacce per incontrare gli amici in piazza, di primissimo  mattino, maglioni e giacche a vento addosso, ad aspettare, tutti assieme, il camion-cisterna che, vuoto, andava a ritirare il latte nelle malghe e ci avrebbe dato un passaggio sino in alta montagna: colazione al sacco e ritorno a piedi. E giochi, scherzi e risate a non finire. 

Milano, peraltro, non era dimenticata. Il passaggio di un’auto targata MI (rare allora) faceva scattare, immediatamente, la nostalgia della famiglia e della città lontana.  Gli occhi umidi, allora, intonavo a mezza voce una canzone milanese e la tristezza, che aveva fatto capolino, passava. 

Molto giovane ho iniziato a lavorare. Lavorare e studiare, sino all’Università, sino alla laurea. Poi  matrimonio, carriera, figli, ferie.  Pochi i ritorni in Trentino, tutti per dovere: la morte della nonna, dello zio Carlo ed in ultimo di sua moglie. Gli amici emigrati chi in Svizzera, chi in Germania, chi a studiare in altre parti d’Italia. Per oltre trent’anni il Trentino m’ha chiamato, senza avere risposta. Ne sentivo la voce, provavo il desiderio di tornare, ma non mi decidevo a farlo benché provassi un tormento d’animo. Forse avevo paura di confrontarmi con i ricordi, di vedere assai piccolo ciò che da ragazzo credevo grande e possente. Non so dire perché. Non sono riuscito a darmi una spiegazione. 

Anni su anni, ai primi d’ottobre 2010, sentii che non potevo più attendere. Il richiamo di quelle montagne si faceva imperioso, pressante, necessario, non CT_Corto verticale2procrastinabile. Informai mia moglie, mi misi al volante e partii.

Guidavo canticchiando canzoni di montagna. Superata la Lombardia e il Veneto entrai nel Trentino in una mattinata uggiosa e sentii, immediatamente, una scossa, il cuore sollevato, un’ondata di ricordi, un poco d’emozione, l’anima in pace. Ero tornato. Per festeggiare intonai l’Inno del Trentino.

Le strade non erano più quelle d’un tempo. Quella da Trento verso la Valsugana, stretta e tortuosa nei miei ricordi, s’era trasformata in una superstrada che lambiva i paesi senza più attraversarli. D’un tratto una deviazione a sinistra, verso il paese di Villa Agnedo mi ridiede la strada d’un tempo che conduceva, stretta e ripida, verso il cielo: Tomaselli, Bieno, Strigno, Pieve Tesino (dove nacque De Gasperi), la breve discesa verso il torrente Grigno ed un ultimo strappo. Eccomi a Castel Tesino, in Crosara (la piazza principale con la chiesa di S. Giorgio) e poi all’albergo Alpina a depositare i bagagli e salutare Maria e Mario, i proprietari. Una veloce rinfrescata e poi al cimitero alla tomba di famiglia a portare due fiori. 

Un paio di notti lassù, fredde e stellate. Le giornate a ricercare i luoghi dell’infanzia, a scoprirne i cambiamenti, a chiedere di amici persi e non più ritrovati, qualcuno morto anzitempo, altri scomparsi nel nulla. Poi, l’ultimo giorno prima del ritorno a Milano con patate per gnocchi e mele profumate, quasi casualmente, il recupero d’un numero di cellulare d’un carissimo amico, Sergio, che sapevo partito, giovane assai, per il Piemonte. 

Lo contattai tornato a Milano. In pensione anche lui, Sposato con Bice, un figlio e due nipotine. Ci si promise di vederci, ma per circa tre anni ci scambiammo solo qualche telefonata. Quest’anno, però, è stato diverso. Ad Agosto nel corso d’una telefonata mi disse che era al paese con la moglie e ci sarebbe rimasto, nella sua casa, sino alla metà di Settembre. 

Sergio e Giancarlo 2 settembre 2013 067Decisi allora di tornare a Castello per ritrovarlo e lo feci. Con una certa emozione ci rivedemmo dopo circa 53 anni e per me fu come fossero trascorsi pochi giorni. Certo eravamo cambiati, ma ci riconoscemmo immediatamente. Io per il suo volto squadrato e la voce, lui -così disse- per la mia solita camminata. E giù chiacchiere a riempire il vuoto del tempo trascorso. Piacevolissima e gentile la moglie, alta e magra. Con loro ho passato un paio di giorni molto gradevoli, un pranzo in alta quota, la visita ad un osservatorio astronomico e ad un museo montano di fiori, frutti, animali ed altro.

Ritrovare Sergio è stato, per me, molto bello. Da adolescenti gli ero molto legato e rivederlo m’ha fatto bene al cuore.  Suo tramite ho scoperto l’abitazione di Norma, altra amica d’infanzia che non vedevo, da circa 55 anni. Sposata con Gianni, figlio di Italia, una cara amica di mia madre. Mi sono presentato dicendo: “Sei Norma?”  Di primo acchito non m’ha riconosciuto. Poi è stata una piccola festa, un nuovo flusso di ricordi e la promessa di non perderci nuovamente di vista. Da parte sua l’impegno di salutarmi il fratello Firmino, ora architetto, anch’esso compagno di giochi ed amico nel mio passato. 

Per il resto, al paese come al solito per pochi giorni, ho fatto le cose usuali: due scappate in alta montagna, la riscoperta di stretti passaggi fra le case (i cosiddetti “boali”), la passeggiata notturna per le strade illuminate dalle lampade. Tutto sommato niente di che, solo un tuffo nei ricordi più cari.

Sulla via del ritorno a Milano, leggero come solo la giovinezza ti può far sentire, ho acquistato patate, mele e tante fragole (il frutto prediletto di mia moglie). Nessuna fermata. Il desiderio di ritrovare gli affetti di casa è stato una potente calamita. 

Viaggi recenti, brevi, con conferme interessanti: i luoghi dell’infanzia sono un rifugio dell’anima e l’amicizia disinteressata, quando esiste, è per sempre.

a_caneinviaggio

     banzai43

CT Monti 2

 

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Usain Bolt: un suo ricordo

22/08/2012

Avevo forse 15 anni quando a scuola un bulletto, più grande di me di due o tre anni mi sfida. Vincere una corsa è un gran vanto. Per molto tempo lo evito, ma alla fine cedo. Tutta la scuola è lì a guardarci. Lui scatta in anticipo e prende un bel vantaggio: a 20 metri dal traguardo si volta per sfottermi ed è lì che io lo supero. Da allora mi ha lasciato stare. Senza la corsa avremmo fatto a botte e le avrei prese.

Usain Bolt

Vecchioni vince Saremo 2011: contributo atipico

20/02/2011

Roberto Vecchioni ha vinto con”Chiamami ancora amore”

La rete (by schiccaful) gli ha reso immediato omaggio, in modo anomalo con un puzzle, a mio avviso bello e significativo, su YouTube. Canzone ed immagini che ripropongo a tutti gli amici lettori di questo blog.

Grande Vecchioni, ma grande anche il realizzatore di questo lavoro. Grazie ad ambedue.

 

 

banzai43

 

La rana, la neve e Dio

20/07/2010

La rana, la neve e Dio

Gao Xingjian

da La Montagna dell’Anima


Dalla finestra, tra la neve, scorgo una minuscola rana. Strizza un occhio, spalanca l’altro, e mi fissa, immobile. Mi rendo conto che è Dio.

In questo modo si manifesta a me, per vedere se ne ho consapevolezza.

Mi parla con un occhio, aprendolo e chiudendolo. Quando Dio parla agli uomini non desidera che essi odano la sua voce.

E per me non è affatto strano, sembra debba essere così, come se Dio fosse davvero una rana, che ammicca con quell’intelligente occhio tondo. E’ proprio misericordioso a interessarsi a un infelice come me.

Dell’altro occhio alza e abbassa le palpebre, in un linguaggio incomprensibile. Dovrei comprenderlo, ma non vi riesca o meno non è cosa che lo riguardi.

Posso convincermi che l’ammiccare non abbia alcun senso, ma forse il senso sta proprio nel non avere senso.

Non esistono miracoli. Dio ha detto proprio così, così ha parlato a me, perenne scontento.

Ma allora, vi è ancora qualcosa che valga la pena di cercare? Gli domando.

Tutt’intorno silenzio, persino la neve cade senza fare rumore. Mi sorprende la quiete. Anche in Paradiso c’è questa pace.

Ma non c’è gioia. La gioia esiste solo in relazione alla malinconia.

Solo neve che cade.

Non so dove si trovi il mio corpo in questo momento, ignoro da dove venga questo frammento di Paradiso, esploro con lo sguardo intorno a me.

Non so di non capire nulla, sono convinto anzi di capire tutto.

Le cose avvengono a mia insaputa e c’è sempre un occhio misterioso. Non capendo, posso solo fingere di capire.

Dare a intendere di capire, ma non capire mai.

Nulla mi è chiaro in realtà, nulla io capisco.

E’ così.

dell’inquietudine e della vita

25/05/2010

CAFFE’

da ‘Incontro d’amore in un paese in guerra’

Luis Sepùlveda

Lei è sotto la doccia. L’acqua le cade sul corpo e vi indugia formando repentine stalattiti nell’abisso di quei seni che hai baciato per ore e ore. Metti il caffè nel filtro, calcoli la quantità d’acqua per quattro tazze e premi il bottone rosso.

Senti il suono dell’acqua che inizia a bollire elettricamente e goccia a goccia cade sul caffè, formando quella melma aromatica. Malta ch’unisce le pietre del selciato mattutino.

Lei appare col suo accappatoio annodato in maniera distratta. Puoi vederle le cosce splendenti, ancora umide. Prendi la caffettiera, la porti sul tavolo, prepari le tazze, vedi che i garofani resistono nella loro agonica altezza rosata. Non sono così assolutamente perituri come le rose di maggio.

Ora lei appare con un asciugamano annodato come un turbante, puoi vederle la nuca, il collo liscio e fresco che profuma di talco. Sotto il turbante, una minuscola ciocca di capelli sfugge alle intenzioni dell’asciugatura e aderisce alla pelle con una strana presenza bionda, pietrificata. Lei si siede, lo fai anche tu, e davanti a voi il solito silenzio prende il suo posto.

Servi il caffè lentamente, tendi verso di lei la mano con la tazza piena, riempi la tua, con lo sguardo le offri le cose che sono sul tavolo. Pane, burro, marmellata e altri alimenti che a quest’ora e in queste circostanze ti appaiono assolutamente insipidi. Vedi che lei non accetta, che si limita ad accendere una sigaretta e a versare qualche goccia di latte nella sua tazza di caffè.

Con il cucchiaio compi brevi movimenti circolari che pian piano formano spirali, finchè non sei certo della totale dissoluzione dello zucchero che è sprofondato come polvere di specchi in un pozzo, silenziosamente, rispettando il carattere inviolabile di questa mattina-silenzio che inizia.

Alla fine è lei la prima ad assaggiare il caffè e lì per lì pensa che forse la tazza era sporca. Solleva gli occhi, ti guarda senza recriminazioni nello stesso istante in cui tu bevi il primo sorso e immagini che questo sapore per il momento inqualificabile sia dovuto alla sigaretta, ma è lei a dirlo:

“Questo caffè sa di fallimento”.

Allora ti alzi in piedi, le strappi la tazza di amno, prendi la caffettiera e rovsci il liquido nel lavandino.

Il caffè scompare in un gorgoglio caldo e non resta altro che un alone scuro attorno allo scarico. Apri un pacchetto nuovo, calcoli l’acqua per (more…)

Il proverbio spagnolo

19/05/2010

Il proverbio spagnolo

da “Giardinieri principesse porcospini”
Consuelo C. Casula

C’era una volta un giardiniere ammirato da tutti per la sua serenità, calma e tranquillità. Un giorno un giovane vuole trasformare l’ammirazione in emulazione e conoscere il segreto di questa capacità di apprezzare i lati positivi della vita. Non gli resta che chiederglielo. E il giardiniere risponde che deve tutto a un proverbio che sua mamma spagnola amava citare: “Si hai remedio porquè te apuras y si no hai remedio porquè te apuras”.

“Cosa significa?” Chiede il giovane che non conosce lo spagnolo.

“Significa semplicemente che se puoi fare qualcosa per rimediare o risolvere un problema è inutile preoccuparti: devi solo impegnarti per risolverlo. Se invece hai esaminato che non c’è possibilità di rimedio o di trovare soluzioni è inutile preoccuparti: devi impegnarti per accettare con animo sereno quello che non puoi modificare”.

Il giovane capisce che questa è una buona strategia ma non riesce a immaginare come possa essere applicata, come si possa riuscire a riconoscere ciò che è modificabile da ciò che non lo è, quello che dipende da noi da quello che non dipende da noi..

Allora chiede al giardiniere come fa riconoscere questa differenza. Il giardiniere ricorda che anche per lui questa è stata la cosa più difficile, e gli ha richiesto molto impegno. Ma oggi crede di riuscire abbastanza facilmente. Egli fa un esempio: “decidere quale seme piantare dipende da te, ma se tu decidi di seminare un certo giorno e poi quel giorno piove devi accettare la pioggia, modificare i tuoi piani e dedicarti a qualcos’altro”.

Il giovane capisce, grazie alla semplicità dell’esempio, ma ha ancora dei dubbi e con ritrosa insistenza chiede al giardiniere se ha qualche regola generale da suggerirgli.

Il giardiniere ci pensa un po’ e poi risponde che lui ha tre regole fondamentale: misurare la propria potenza e i propri limiti; concepire se stesso come solutore di problemi senza compiacimento nè arroganza; guardarsi dalla disperazione senza via d’uscita e dalla speranza senza fondamento.


Un partigiano chiamato Balilla

17/05/2010
Un amico mio, poeta pluripremiato, ex compagno di lavoro e d’una qualche avventura anche politica, da qualche tempo è anche scrittore.
Di Lui, recentemente, ho letto e recensito per conto di una rivista l’ultimo suo lavoro edito non da Mondadori o Rizzoli o Feltrinelli o … , ma da un piccolo editore, sconosciuto ai più.
E’ un bel libro, di grande, grandissima qualità. Questo è il motivo, unico e solo, che mi induce a fornirVi le informazioni perché possiate procurarvelo, leggerlo e farlo leggere. Non sarà tempo perso.

Un partigiano chiamato Balilla

di Adriano Molteni

Ed. Giancarlo Zedde – Torino
http://www.zedde.com/

Eccovi un assaggio:

“Vedi figliolo … non è un miracolo, ma qualcosa di strano si. L’acqua sparisce e poi ricompare e non c’è mezzo di fermarla. Non è come il fuoco che prima o poi si spegne. L’acqua no, non si può fermare. L’acqua fa ciò che vuole.” …

La mamma era tirata e stanca. … Non aveva ancora ventisei anni ed era incinta per la quarta volta: Era una bella donna, pur sfiorita precocemente per le preoccupazioni e le sopportazioni fisiche e morali. …

Gino e Gianni erano ancora bambini ed erano amici. Davano retta alle loro fantasie e assieme, spesso, inseguivano i loro sogni. …

Gino spiegava a Marianna che non era assolutamente vero che la cicogna portava i bambini e sosteneva la sua tesi affermando di non averne mai viste da quelle parti. C’erano invece gli aironi. Quelli si e anche di varie specie. …

I suoi pensieri erano semplici, dettati da ciò che gli era capitato direttamente ed ebbe attimi di sconforto. Così si rifugiò su quel pendio a vedere l’acqua del Soligo scorrere tra i sassi nel largo greto, le piante del granoturco, che si stavano aprendo la via verso il cielo, …

Era adorabile quella creatura. Era semplice e pulita. Era proprio un fiore che abbelliva ogni ambiente. Era la sua Livia: la donna della sua vita. …

… era certo che sarebbe uscita una nuova Italia, diversa, con idee più giuste e maggior giustizia sociale. … Persone che avrebbero fatto leggi giuste, in grado di dare non solo speranze, ma un vero benessere futuro.

“Fai ciò che vuoi, amore. Fai ciò che ti detta il cuore. Chi sono io per spegnere i tuoi sogni? E’ sufficiente essere una moglie per legare un uomo a una vita non voluta e che lo tormenterebbe per sempre?” …

La morte stava altrove e sicuramente dove non esisteva la libertà. …

In Italia i governi si susseguirono promettendo tanto e mantenendo poco.

Tante speranze e tanti sogni rimasero sulle montagne, sepolti assieme a migliaia di giovani.

E’ la storia di un italiano, dall’infanzia all’età della ragione. Un viaggio compiuto in tempi difficili, sempre. Un romanzo breve, di facile lettura. Una piccola perla che non sfigurerebbe fra le letture scolastiche molto consigliate.

Il racconto miscela, con dolcezza e malinconia, uno scampolo di vita-patria d’una Italia che non è più, ma che non deve essere scordata. Un’Italia che nella povertà e nel dolore, ha saputo, con enormi sacrifici ed un grave tributo di sangue, riscattarsi dalle barbarie,  conquistare una nuova libertà, dare maggior valore alla famiglia, alla religione, all’amicizia, all’amore.

Un breve romanzo, dicevo, pensieroso e amabilissimo, dove il desiderio e la necessità di giustizia e di equità sociale traboccano.

Un volumetto da acquistare e leggere per regalarlo poi, magari, ai nostri nipoti perché sappiano anch’essi o semplicemente non dimentichino, che ogni cosa importante ha un suo prezzo, talvolta elevatissimo come la vita.

A tutti gli amici l’augurio di

buona lettura e di

Buon Futuro



banzai43



del combattimento

14/05/2010

Del combattimento




Un antico compagno di battaglia venne a far visita al guerriero per interrogarlo sul combattimento.

Il guerriero lo fece accomodare nella sua tenda e servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi… continuò a versare.

Il compagno di tante passate battaglie guardò traboccare il tè, poi non riuscì a contenersi: “fermati, la tazza è ricolma. Non ce n’entra più!

Come questa tazza,” disse il guerriero “tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso allora spiegarti cosa è il combattimento, se prima non vuoti la tua tazza?

Ivan, Sara e la terribile minaccia

16/02/2010

IVAN, SARA E LA TERRIBILE MINACCIA

Racconto interessante a finale aperto, acquisito dalla “rete”.
Lo riporto come l'ho trovato. 
banzai43

Caro Ivan, mi chiamo Akim Khon e ti scrivo per raccontarti la mia storia.

Sono un ragazzo di 11 anni e vivo nel villaggio di Zakir e Sharif nel distretto di Dand in Afghanistan.

Lo scorso Giugno stavo giocando con mio cugino, quando all’improvviso una mina mi è scoppiata sotto il piede. Ho perso tutte e due le gambe e un dito della mano destra. Penso che le mine siano un pericolo per tutti. Aiutaci ad eliminarle.

Tuo, Akim Khan.

Ivan sobbalzò. si guardò intorno un pò intimorito, ma non c’era nessuno. “Chi ha parlato?” chiese spaventato.

“Sono la Terra, per gli amici Tea. Guarda in basso e mi vedrai”.

Ivan non aveva mai pensato che la Terra potesse parlare ed era molto stupito. Fissò l’erba, i sassi ed ascoltò. “Io ti posso aiutare” continuò Tea. “Sai, conosco bene la tragedia delle mine e tutti i danni che questi ordigni provocano”.

In un attimo, giusto il tempo di prendere sua sorella per mano, si ritrovarono tutti e due, come per incanto, sospesi in aria, sopra un bel tappeto di erba.

“Evviva!… Stiamo volando!”, gridò esultante Ivan. “Ma questa è una magia!”, disse Sara con il cuore in gola.

“Dove stiamo andando?” “Da Akim, naturalmente”, rispose Ivan tutto felice. “In Afghanistan”, gridò Sara.

“Ecco,siamo arrivati. E ‘proprio lì!” disse all’improvviso la Nuvoletta. “Grazie, grazie infinite!” ripeterono i ragazzi. “E’ stata proprio una gran fortuna incontrarvi.”

“Guarda, Sara!Quello deve essere Akim. Vieni, presto!” “Ciao.Tu sei Akim, vero?” “Sì… e voi da dove arrivate?” “Io sono Ivan e questa è mia sorella Sara.” “Ciao. Allora avete ricevuto la mia lettera! Che bello! “Sono proprio felice che siate venuti a trovarmi”, rispose Akim.

“Qui intorno ci sono molte mine.” “Ma dove? Io non vedo nulla!” disse Ivan incredulo. “Guarda”, continuò Akim”vedi quei cartelli rossi con la scritta “DANGER”? I cartelli indicano che questi sono campi minati. Le mine sono nascoste tra i cespugli, sotto terra. Nessuno sa dove.” “Davvero ?…e perché non vengono tolte prima che esplodano?” chiese Ivan. “Sai, lo sminamento è un’ operazione molto difficile e rischiosa” continuò Akim. “Occorrono i Metal Detector per localizzare le mine e ci vogliono persone specializzate per disattivarle”. “E immagino che ci vogliano anche molti soldi!”, disse Sara. “E sì, proprio tanti”. “Ma allora qui non si può giocare all’aperto ?”, domandò Ivan molto preoccupato. “E’ sempre un rischio”, rispose Akim”.

Sul tavolino accanto al suo letto c’era un piccolo cofanetto di legno. Akim si avvicinò e lo prese in mano.

“Voglio rivelarvi il mio segreto” …e così lo aprì.

“Qui conservo lettere e messaggi di tanti bambini e ragazzi feriti, come me, dalle mine. Vengono dalla Cambogia, dalla Somalia, dall’Angola, dal Mozambico, dall’Etiopia, dalla Bosnia e dalla Croazia”. Akim mostrò ai ragazzi decine e decine di lettere scritte in lingue e caratteri diversi. Qui bisogna fare qualcosa. Io ho un’idea”, gridò all’improvviso Ivan. “Andiamo a trovare tutti questi piccoli del mondo. Se non facciamo qualcosa noi bambini, hai voglia ad aspettare i grandi! Insieme sconfiggeremo le mine,ne sono certo”. “D’accordo”, disse Akim, felice di mettersi in azione. “Sarà proprio un lungo viaggio”, disse Sara eccitata dall’idea.

Il giorno dopo i tre amici partirono all’alba, diretti in Cambogia per andare a trovare Song Kosal e i suoi compagni. All’arrivo in Cambogia ci fu una gran festa di accoglienza. Ivan, Sara ed Akim erano davvero stupiti, perché era come se tutti stessero ad aspettarli. Poi Ivan prese la parola e disse, stringendo loro la mano: noi abbiamo un grande progetto. Vogliamo organizzare un’ Assemblea mondiale per eliminare per sempre tutte le mine: l’assemblea dei piccoli del mondo.

Durante l’Assemblea mondiale dei piccoli, Sara e Ivan invitarono il grande monaco a dare loro un messaggio di verità e di pace.Il venerabile monaco,alzandosi in piedi, disse: “Dobbiamo decidere che fare la pace è più importante di fare la guerra. Dobbiamo decidere che mettere al bando le mine è più importante di produrle, o usarle”, continuò il monaco con la sua voce profetica.”Fare pace richiede saggezza, richiede altruismo. Non c’è pace senza la totale messa al bando delle mine,di qualsiasi tipo”.

I bambini espressero le loro idee: “Feriti e stanchi della guerra siamo. Non più morte, ma vita vogliamo!” “Il nostro sogno è semplice e profondo: le mine al bando, subito, in tutto il mondo!” “La pace verrà, se ci sarà la solidarietà” “Le mine sono armi assassine che seminano solo rovine!” “Noi chiediamo la libertà di vivere, di giocare e continuare a sperare !”

…Quella notte , Ivan sognò che…

… ora scegli tu il finale...

(Contributi di Linda Colombo e Nadia Scioscia)

Natale al fronte

30/01/2010

NATALE AL FRONTE

Racconto acquisito dalla “rete”, non ricordo né dove né quando
mi spiace, ma vale la pena leggerlo. 
banzai43


Nel dicembre 1914 inglesi e tedeschi si fronteggiavano da due trincee separate da una striscia di terra brutta e piatta, divisa al centro da filo spinato.

Di tanto in tanto delle sagome avanzavano furtivamente nella “terra di nessuno”, ma la maggior parte dei soldati si trovava più basso dell’orizzonte a sopportare il fango e l’acqua che stagnavano nelle trincee, intenti solo ad evitare il fuoco del nemico.

La Vigilia di Natale, l’aria era fredda e piena di nebbia. Improvvisamente dei soldati inglesi stupefatti videro delle luci avanzare lungo le trincee nemiche. Poi venne l’incredibile suono di un canto. I soldati tedeschi cantavano “Stille Nacht”. Quando il canto cessò i soldati inglesi risposero con “First Christmas”.

Il canto da entrambe le parti durò per un’ora. Poi una voce invitò tutti a superare le linee. Un tedesco con grande coraggio uscì dalla trincea, attraversò la “terra di nessuno” e scese nella trincea inglese. Altri commilitoni lo seguirono, con le mani in tasca per dimostrare che erano disarmati.

“Io sono un sassone e voi degli anglo-sassoni. Perché mai combattiamo?” chiese.

Nell’alba limpida e fredda del giorno di Natale non ci fu nessuna sparatoria. Gli uomini avevano stabilito fra loro di dichiarare la pace.

“Uno spirito più forte della guerra era all’opera quella notte”, commentò un osservatore.

I comandanti di entrambe le parti non approvarono. Essi sapevano che l’amicizia fra nemici dichiarati avrebbe impedito la guerra. Ma la tregua continuò. Perfino gli uccelli selvatici, che tanto tempo prima occupavano il rumoroso campo di battaglia, ritornarono e furono nutriti dai soldati.

Se gli uomini avessero potuto obbedire alloro desiderio di amicizia e di pace e la tregua non fosse finita subito dopo Natale, sarebbero stati salvati 9 milioni di uomini.

Un soldato inglese che aveva preso parte a quella memorabile pace natalizia morì all’età di 85 anni.

Fino alla fine dei suoi giorni non poteva sentire “Stille Nacht” senza che le lacrime gli rigassero le guance.

Si ricordava degli amici tedeschi che aveva avuto in quel giorno di Natale e che, per quanto ne sapeva, aveva poi ucciso nei giorni che seguirono.