Archive for the ‘Dei miei poeti preferiti’ Category

dal Nicaragua: Gioconda Belli

10/08/2019

 

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Poetessa, scrittrice, politica, rivoluzionaria, donna.

Un consiglio. Leggetela. .Non ve ne pentirete.

 

Io sono la tua indomita gazzella

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Io sono la tua indomita gazzella,
il tuono che rompe la luce sul tuo petto
Io sono il vento sfrenato sulla montagna
e il fulgore intenso del fuoco dell’ocote.
Io scaldo le tue notti,
accendendo vulcani nelle mie mani,
bagnandoti gli occhi col fumo dei miei crateri.
Io sono arrivata fino a te
vestita di pioggia e di ricordi,
ridendo la risata immutabile degli anni.
Io sono l’inesplorata strada,
la chiarezza che rompe la tenebra.
Io metto stelle tra la tua pelle e la mia
e ti percorro completamente,
sentiero dopo sentiero,
scalzando il mio amore,
denudando la mia paura.
Io sono un nome che canta e si innamora
dall’altro lato della luna,
sono il prolungamento
del tuo sorriso e del tuo corpo.
Io sono qualcosa che cresce,
qualcosa che ride e piange.
Io,
quella che ti ama.

Gioconda Belli 

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Dal Cile: Pablo Neruda

08/08/2019

Neruda, allora giovane diplomatico in Birmania, scappò ad un amore locale, troppo possessivo, timoroso per la propria vita. Sulla nave che lo portava altrove scrisse questa poesia che, probabilmente, mai venne letta dalla donna, di lui ferocemente innamorata.

Tango del vedovo

Oh maligna, avrai già trovato la lettera, avrai già pianto con furia

e avrai insultato la memoria di mia madre

chiamandola cagna putrefatta e madre di cani,

avrai già bevuto da sola, in solitudine, il tè della sera

guardando le mie vecchie scarpe vuote per sempre

e non potrai ricordare i miei malanni, il mio dormire, il mio mangiare

senza maledirmi ad alta voce come se io fossi ancora lì

a lagnarmi dei tropici dei coolies corringhis*,

delle febbri velenose che mi hanno rifinito

e dei ripugnanti inglesi che odio ancora.
Maligna, in verità, com’è grande la notte, com’è sola la terra!

Sono tornato di nuovo nelle camere solitarie,

mangio nei ristoranti pietanze raffreddate, e di nuovo

butto per terra i pantaloni e le camicie,

non ho attaccapanni nella stanza né ritratti alle pareti.

Quant’ombra, di quella che albergo in cuore, darei per riaverti

e quanto minacciosi mi sembrano i nomi dei mesi

e che suono di lugubre tamburo ha la parola inverno!

 

Sotterrato vicino al cocco troverai più tardi

il coltello che ho nascosto per timore che tu mi uccidessi,

e ora all’improvviso vorrei fiutare la sua lama da cucina

abituata al peso della tua mano e al fulgore del tuo piede:

sotto l’umidità della terra, tra le sorde radici,

delle umane parole il poveretto non saprà che il tuo nome,

ma la grossa terra non capisce il tuo nome

fatto d’impenetrabili sostanze divine.

 

Come mi angoscia pensare alla sfolgorio delle tue gambe

distese come ferme e dure acque solari,

alla rondine che dorme e vola nei tuoi occhi,

al cane di furia che alberghi nel cuore,

così vedo anche quanta morte c’è tra noi due da quest’ora

e respiro nell’aria cenere e distruzione,

il lungo, solitario spazio che mi circonda per sempre.

 

Darei questo vento del mare smisurato per il tuo brusco respiro,

che ho udito in lunghe notti senza oblio

congiungersi all’aria come la sferza al cavallo.

E per udirti orinare, nel buio, dal fondo della casa,

come versassi un miele sottile, tremulo, argentino, ostinato,

quante volte darei questo coro d’ombre che è mio,

e il rumore d’inutili spade che mi sferraglia nel petto

e la solitaria colomba di sangue che sta sulla mia fronte

a invocare cose scomparse, esseri scomparsi,

sostanze stranamente inseparabili e perdute.

Pablo Neruda

* Uomini di fatica locali

Dal passato dell’italica Gente: Properzio

06/08/2019

E’ un amore impossibile

“E’ un amore impossibile” – mi dici.
“E’ un amore impossibile” – ti dico.
Ma scopri che sorridi se mi guardi,
e scopro che sorrido se ti vedo.
“Di notte” – tu confessi – “io ti penso… Ti penso giorno e notte, e mi domando se stai pensando a me, mentre ti penso.
… La società, le regole, i doveri… ma tremi quando stringo le tue mani.”
“Meglio felici o meglio allineati?”
– Ti chiedo.-
E il tuo sorriso accende il giorno, cambiando veste ad ogni mio pensiero.
“Questo amore è possibile” – ti dico.
“Questo amore è possibile” – mi dici.

Sesto Aurelio Properzio

(Assisi, circa 47 a.C. – Roma, 14 a.C.)

dalla Martinica francese: Aimé Césaire (1913-2008)

14/07/2019

P A R T I R E

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Come ci sono uomini-iena e uomini-

pantera, sarei un uomo-ebreo

un uomo-cafro

un uomo-indù di Calcutta

un uomo di Harlem che non vota

l’uomo-carestia, l’uomo-insulto, l’uomo-tortura

si poteva in ogni momento afferrarlo, avvolgerlo
di colpi, ucciderlo – perfettamente ucciderlo – senza dovere

rendere conto ad alcuno, senza avere scuse da presentare ad alcuno

un uomo-ebreo

un uomo-pogrom
un cucciolo
un mendicante

ma si uccide il Rimorso, bello come la
faccia stupita di una signora inglese che trovasse
nella sua zuppiera un cranio di Ottentotto?

da “Diario di ritorno al paese natale”, 1939

dalla Spagna: Antonio Machado

11/07/2019

S’E’ APERTA LA PORTA

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S’è aperta la porta che ha

dentro il mio cuore i suoi cardini

e il quadro della mia vita

è tornato ad apparire.

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Nuovamente la piazzetta

con le sue acacie fiorite,

ancora la fonte chiara

e la sua storia d’amore.

dalla Russia: Vladimir Majakovskij

18/05/2019

Ascolta

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Gettami in viso la parola terribile.
Perché non vuoi udire?
Non senti che ogni tuo nervo contorto
urla come una tromba di vetro
l’amore è morto…
l’amore è morto…
ascolta
rispondimi senza mentire…
come due fosse
in viso ti si scavano gli occhi…
lo so che già consumato è l’amore.
Ormai
a più d’un segno vi riconosco la noia

dalla Cina: Li Po

08/04/2019

I n v e r n o

Anche quel muro vecchio

anche quel magro cane

anche il gelo nel secchio

gode il sol, stamane.

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dalla Spagna: José Manuel Fajardo

06/04/2019

S o n e t t o

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Ad un sonetto affido la rivalsa,

che non curato amore non va via

e gemo e maledico la follia

d’amare senza gioia né speranza

La dama per cui scordo ogni tempranza

concede spudorata l’alma  ria,

si dona, si spartisce, fa razzia

d’altrui lode e piacere in abbondanza.

Ed io che mai seppi esserle infedele,

mia non so farla con pugnale o brando:

versi costretti a così amaro miele

bevono, è forza, inchiostro avvelenato,

perché all’ora di scriver vale il fiele

quanto o di più del sangue atossicato.

Dagli USA: Charles Bukowski

01/04/2019

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Sii gentile 

 

Ci viene sempre chiesto

di  comprendere l’altrui

punto di vista

non importa quanto sia

antiquato

stupido o

disgustoso.

Ma l’età è la somma

delle nostre azioni.

Sono invecchiati

malamente

perché hanno

vissuto

senza mettere mai a fuoco,

hanno rifiutato di

vedere.

Non è colpa loro?

Di chi è la colpa?

Mia?

A me si chiede di mascherare

il mio punto di vista

agli altri

per paura della loro

paura.

L’età non è un crimine

ma l’infamia

di un’esistenza

deliberatamente

sprecata

in mezzo a tante

esistenze

deliberatamente

sprecate

lo è.

dal Brasile: Vinìcius de Moraes

31/03/2019

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L’avere:

 

Resta, al sommo di tutto, questa capacità di tenerezza
Questa perfetta intimità con il silenzio
Resta questa voce intima che chiede perdono di tutto:
– Pietà! perché essi non hanno colpa d’esser nati …

Resta quest’antico rispetto per la notte, questo parlar fioco
Questa mano che tasta prima di stringere, questo timore
Di ferire toccando, questa forte mano d’uomo
Piena di dolcezza verso tutto ciò che esiste.

Resta quest’immobilità, questa economia di gesti
Quest’inerzia ogni volta maggiore di fronte all’infinito
Questa balbuzie infantile di chi vuol esprimere l’inesprimibile
Questa irriducibile ricusa della poesia non vissuta.

Resta questa comunione con i suoni, questo sentimento
Di materia in riposo, questa angustia della simultaneità
Del tempo, questa lenta decomposizione poetica
In cerca d’una sola vita, una sola morte, un solo Vinícius.

Resta questo cuore che brucia come un cero
In una cattedrale in rovina, questa tristezza
Davanti al quotidiano; o quest’improvvisa allegria
Di sentir passi nella notte che si perdono senza memoria…

Resta questa voglia di piangere davanti alla bellezza
Questa collera di fronte all’ingiustizia e all’equivoco
Questa immensa pena di se stesso, questa immensa
Pena di se stesso e della sua forza inutile.

Resta questo sentimento dell’infanzia sventrato
Di piccole assurdità, questa sciocca capacità
Di rider per niente, questo ridicolo desiderio d’esser utile
E questo coraggio di compromettersi senza necessità.

Resta questa distrazione, questa disponibilità, questa vaghezza
Di chi sa che tutto è già stato come è nel tornar ad essere
E allo stesso tempo questa volontà di servire, questa contemporaneità 
Con il domani di quelli che non ebbero ieri né oggi.

Resta questa incoercibile facoltà di sognare
Di trasformare la realtà, dentro questa incapacità
Di non accettarla se non come è, e quest’ampia visione
Degli avvenimenti, e questa impressionante

E non necessaria prescienza, e questa memoria anteriore
Di mondi inesistenti, e questo eroismo
Statico, e questa piccolissima luce indecifrabile
Cui i poeti a volte danno il nome di speranza.

Resta questo desiderio di sentirsi uguale a tutti

Di riflettersi in sguardi senza curiosità e senza storia
Resta questa povertà intrinseca, questa vanità
Di non voler essere principe se non del proprio regno.

Resta questo dialogo quotidiano con la morte, questa curiosità
Di fronte al momento a venire, quando, di fretta
Ella verrà a socchiudermi la porta come una vecchia amante
Senza sapere che è la mia ultima innamorata.

Vinícius de Moraes (1913-1980). Poesia postuma