Archive for novembre 2013

25 novembre contro il femminicidio

25/11/2013
 
La violenza contro la donna è un cancro internazionale da combattere. Un cancro portato dall’uomo: padre, fratello, innamorato, marito amante. Una malattia al momento senza vaccinazione, senza cura. Per continuare col linguaggio medico ci vuole prevenzione. Prevenzione culturale, morale, sociale. E leggi assolute che facciano giustizia senza alcuno sconto. Niente premi per buona condotta. E davanti ad una condanna il carcere sia fino all’ultimo istante. Sconti di pena, nessuno!
 
Da parte mia, oggi, a tutte le donne, il regalo di una bella poesia con un  amore puro e duro, semplice ad autentico. Nessuna violenza solo fusione di vite che, insieme, consente di meglio affrontare le asperità della esistenza. 
 
 
donnainrosso
 
 

Corpo di donna…

Corpo di donna, bianche colline, cosce bianche,
tu rassomigli al mondo nel tuo atteggiamento d’abbandono.
Il mio corpo di contadino selvaggio ti scava
e fa saltare il figlio dal fondo della terra.

Sono stato solo come una galleria. Da me fuggivano gli uccelli
e in me la notte entrava con la sua invasione possente.
Per sopravvivermi ti ho forgiata come un’arma,
come una freccia al mio arco, come una pietra nella mia fionda.

Ma cade l’ora della vendetta, e ti amo.
Corpo di pelle, di muschio, di latte avido e fermo.
Ah le coppe del petto! Ah gli occhi dell’assenza!
Ah la rosa del pube! Ah la tua voce lenta e triste!

Corpo di donna mia, persisterò nella tua grazia.
La mia sete, la mia ansia senza limite, la mia strada indecisa!
Oscuri fiumi dove la sete eterna continua,
e la fatica continua, e il dolore infinito.

Pablo Neruda

Lui non è Socrate

24/11/2013

atene-acropoli

Lui non è Socrate!

Non esiste anno senza che uno o più avvenimenti meritino di essere tramandati. Fu così, io credo, anche per il 399 avanti Cristo. Ma di quell’anno un unico avvenimento lasciò traccia. Traccia così profonda da relegare ogni altro evento negli oscuri meandri della storia: il processo e la condanna a morte di Socrate.

Ce ne parla Platone in vari scritti (Apologia di Socrate,  Critone, Fedone, Il convito). Ci racconta, con vari dettagli, il processo al quale venne sottoposto il Maestro, le false accuse che gli vennero rivolte, la propria difesa logicamente razionale (in scherno ai socrate2giudici), la condanna a morte che gli venne comminata, il rifiuto di fuggire, la ragione del rifiuto, la rinuncia ad prolungare la propria vita sino al tramonto (come avrebbe potuto chiedere), l’avanzamento della morte, la sua ultima raccomandazione, variamente interpretata a posteriori, fatta all’amico Critone.

Perché parlare di Socrate? mi si chiederà. In realtà a Socrate mi ci ha ricondotto una riflessione su Berlusconi, la cui vita, per taluni aspetti, può considerarsi parallela a quella del filosofo ateniese. Ambedue, infatti:

.operarono nel campo della comunicazione

.lungamente si dedicarono ad importanti ricerche

.furono attorniati da moltitudini

.mostrarono grande interesse verso i giovani

.operarono a livello politico

.furono accusati di corruzione dei giovani

.vennero processati e subirono condanne definitive.

Importanti, peraltro, sono anche le differenze dei loro percorsi all’interno delle loro similitudini.

Socrate comunicava la scoperta dell’anima umana finalizzata a rendere migliori i cittadini, e renderli osservanti della legge, quale che fosse, anteponendo il bene dello Stato alle proprie convenienze ed ai propri egoismi. Berlusconi ha comunicato, in varie circostanze, il diritto all’evasione fiscale sfregiando così la legge e, di conseguenza, lo Stato.

Socrate non mentiva ed era, costantemente, alla ricerca della Verità mettendo in discussione tutto quello che si voleva far credere verità certa. Berlusconi, affermano vari giudici, ha mentito ripetutamente tentando, quindi, di occultare o falsare la  Verità.

Berlusconi, così come Socrate ha avuto ed ha molti discepoli. Il cavaliere, per sua stessa ammissione, ha trasformato molti rospi in principi; Socrate ha tentato di farne uomini onesti.

I giovani che attorniavano Socrate lo rispettavano per la sua sapienza, per la sua capacità -facendoli riflettere ed invitandoli ad argomentare le proprie idee- ad elevarli intellettualmente. I giovani attorno a Berlusconi sono affascinati dalla sua capacità finanziaria e dalla sua oratoria, ma non dialogano. Ascoltano e basta, poiché Lui pensa per tutti e, forse, anche per tutti paga.

Sia Socrate che Berlusconi hanno fatto attività politica. L’ateniese senza aver mai accettato un incarico, ma inducendo alla riflessione, con le sue critiche acute e fastidiose, i tanti politici del tempo. Berlusconi, che di politica ne avrebbe potuta fare moltissima, considerate le maggioranze che ha guidato, poca politica ha portato avanti e piuttosto disastrosa, direi. Ciò che in realtà,Berlusconi1 politicamente, ha fatto assomiglia molto alla prevalente difesa di sé e dei suoi interessi personali giungendo sin anche al condizionamento del Governo ed alla spaccatura delle due Camere componenti il Parlamento.

Quanto alla corruzione della gioventù, Socrate venne accusato di tendere al “rovesciamento delle istituzioni democratiche ed al disgregamento dei valori dell’educazione antica, frequentando soprattutto giovani  e riscuotendo il loro avventato entusiasmo”. Berlusconi, quanto ai giovani, è stato accusato di prostituzione minorile.  

Sia l’uno che l’altro sono stati processati e condannati in via definitiva. Socrate si difese da sé (rifiutando l’aiuto d’un principe del foro), accetta la sentenza ed a chi la definisce ingiusta fa notare che sono gli uomini ad essere ingiusti, non la sentenza. Rifiuta poi la fuga (i carcerieri erano già stati corrotti) perché, disse, ” … è meglio subire un’ingiustizia piuttosto che farla”. Berlusconi s’è avvalso d’una agguerrita squadra d’avvocati. Viene condannato a 7 anni, per prostituzione minorile e concussione per costrizione, ed all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Non accetta la sentenza e dichiara che, se potesse, se ne andrebbe ad Antigua.

Socrate, circa a 70 anni, è morto bevendo il veleno imposto dai Suoi giudici. Berlusconi, buon per lui è vivo e la pena di morte, che sarebbe comunque eccessiva, in Italia non c’è. Tenuto conto dell’età non rischia neppure la prigione.

Quali saranno le ultime parole del Cavaliere quando sarà il suo momento nessuno le può immaginare. Quanto a Socrate, invece, chiuse la propria vita dicendo ad un caro amico: “O Critone, noi siamo debitori di un gallo ad Asclepio: dateglielo e non  domenticatevene”.

Parole che paiono oscure. Perché mai il sacrificio di un gallo ad Asclepio, dio della salute ritrovata?

Forse ha ragione F. Nietzsche che, nella “La gaia scienza”, suppone che Socrate voglia ringraziare il dio che, con la medicina della morte, gli consente di guarire da quella grave malattia che è la vita.

Dubito che il Cavaliere consideri la vita come una malattia o possa prendere in considerazione il sacrificio d’un gallo.

Gli è che Lui non è Socrate!

a_caneinviaggio

 

 

 

banzai43

Dei luoghi dell’anima, della maturità, dell’amicizia

10/11/2013

striscia castellazza

Dei luoghi dell’anima, della maturità, dell’amicizia

Sin da bambino mi sono dichiarato mezzo milanese (per padre) e mezzo trentino (da parte di madre). E quest’oggi vi parlerò del mio rapporto col Trentino e con l’amicizia. Legami forti che l’assenza, la lontananza dai luoghi, i tanti anni trascorsi non sono riuscitPasso Broccon 01 037i a sfumare o rendere meno intensi.

Finito l’anno scolastico, bambino, la mamma mi portava dalla nonna. Niente automobile, allora. Si partiva la notte dalla Stazione Centrale di Milano, destinazione Trento.  Arrivati  di primo mattino, dopo una veloce colazione al bar via di corsa alla stazione delle corriere per inerpicarsi, motore sbuffante, verso Castello Tesino, 940 m. sul mare, a casa della nonna, a due passi dal monte Celado e dal più noto passo del Brocon (1.616 metri). 

Già il solo giungere a Trento era per me una forte emozione. L’aria frizzante del prima mattino,  profumata e leggera e le montagne sullo sfondo, come un mezzo anfiteatro, mi davano un nuovo benvenuto. E mi inebriava il pensiero che di lì a poco sarei stato ancora più su, dalla nonna, a “Castello”, dove avrei  ritrovato gli amici di sempre (Dante, Sergio, Firmino, Norma, Bruno …) che, allertati dalla nonna, mi avrebbero accolto sorridenti non come il “milanese” che arrivava in campagna, ma il “castelazzo” (abitante di Castello) che tornava al paese, che tornava a casa.

 Con gli amici, dopo aver raccontato e raccolto le piccole novità, riprendevo i Dalla strada per Celado.Bgiochi soliti e quelli di più recente sperimentazione maturati  nel corso della reciproca lontananza. Ma il lungo periodo della separazione sembrava svanito. Tutto veniva “ripreso” come se  vi fosse stata un’interruzione il giorno prima. Il tempo, che s’era fermato, riprendeva ora a scorrere, d’incanto, là dove s’era fermato tanto tanto tempo prima. 

Ripartita la mamma qualche giorno dopo l’arrivo, staccavo con l’italiano per parlare il dialetto e cercavo di sfuggire agli scappellotti dello zio Carlo, il genietto della famiglia (imbianchino, pittore, scultore nel legno, musicista, compositore ecc. ecc.), il più giovane fratello di mia madre che tentava di frenare le mie tante marachelle che la nonna non riusciva a contrastare.

Da parte mia celebravo, giornalmente, la  festa della libertà, dell’ apprendistato, per diventare, gioiosamente, un uomo libero. 

Libero nelle scelte, convinto dell’amicizia e dell’eternità dell’amore, del diritto a godere della natura e della bellezza, della pioggia subitanea, della voce del ruscello, dell’intrico del bosco, del rintocco delle campane, del sibilare del vento, delle nuvole in cielo, della luce e delle tenebre,  delle feste e dei balli paesani.  Tutto era insegnamento, tutto era gioco. 

E così passai, stagione dopo stagione, dalla fanciullezza alla giovinezza, ai primi amori, alle prime pulsioni e dubbi e tormenti. Ho vivo il ricordo del rossetto scarlatto su giovanissime labbra, delle prime impacciate carezze ad un corpo femminile, dei primi dolorosi addii. E che dire delle lunghe serate a ballare con i dischi del juke box (i soldi raccolti fra i villeggianti, anch’essi alla ricerca di un momento di svago)?

Scherzi della memoria: le gite nei boschi a raccogliere ciclamini e mirtilli e fragoline; la posa,  nell’intrico degli alberi, attorno a polle d’acqua, di bacchette di vischio per la cattura di uccellini per la polenta, la ricerca dei funghi con la nonna, le levatacce per incontrare gli amici in piazza, di primissimo  mattino, maglioni e giacche a vento addosso, ad aspettare, tutti assieme, il camion-cisterna che, vuoto, andava a ritirare il latte nelle malghe e ci avrebbe dato un passaggio sino in alta montagna: colazione al sacco e ritorno a piedi. E giochi, scherzi e risate a non finire. 

Milano, peraltro, non era dimenticata. Il passaggio di un’auto targata MI (rare allora) faceva scattare, immediatamente, la nostalgia della famiglia e della città lontana.  Gli occhi umidi, allora, intonavo a mezza voce una canzone milanese e la tristezza, che aveva fatto capolino, passava. 

Molto giovane ho iniziato a lavorare. Lavorare e studiare, sino all’Università, sino alla laurea. Poi  matrimonio, carriera, figli, ferie.  Pochi i ritorni in Trentino, tutti per dovere: la morte della nonna, dello zio Carlo ed in ultimo di sua moglie. Gli amici emigrati chi in Svizzera, chi in Germania, chi a studiare in altre parti d’Italia. Per oltre trent’anni il Trentino m’ha chiamato, senza avere risposta. Ne sentivo la voce, provavo il desiderio di tornare, ma non mi decidevo a farlo benché provassi un tormento d’animo. Forse avevo paura di confrontarmi con i ricordi, di vedere assai piccolo ciò che da ragazzo credevo grande e possente. Non so dire perché. Non sono riuscito a darmi una spiegazione. 

Anni su anni, ai primi d’ottobre 2010, sentii che non potevo più attendere. Il richiamo di quelle montagne si faceva imperioso, pressante, necessario, non CT_Corto verticale2procrastinabile. Informai mia moglie, mi misi al volante e partii.

Guidavo canticchiando canzoni di montagna. Superata la Lombardia e il Veneto entrai nel Trentino in una mattinata uggiosa e sentii, immediatamente, una scossa, il cuore sollevato, un’ondata di ricordi, un poco d’emozione, l’anima in pace. Ero tornato. Per festeggiare intonai l’Inno del Trentino.

Le strade non erano più quelle d’un tempo. Quella da Trento verso la Valsugana, stretta e tortuosa nei miei ricordi, s’era trasformata in una superstrada che lambiva i paesi senza più attraversarli. D’un tratto una deviazione a sinistra, verso il paese di Villa Agnedo mi ridiede la strada d’un tempo che conduceva, stretta e ripida, verso il cielo: Tomaselli, Bieno, Strigno, Pieve Tesino (dove nacque De Gasperi), la breve discesa verso il torrente Grigno ed un ultimo strappo. Eccomi a Castel Tesino, in Crosara (la piazza principale con la chiesa di S. Giorgio) e poi all’albergo Alpina a depositare i bagagli e salutare Maria e Mario, i proprietari. Una veloce rinfrescata e poi al cimitero alla tomba di famiglia a portare due fiori. 

Un paio di notti lassù, fredde e stellate. Le giornate a ricercare i luoghi dell’infanzia, a scoprirne i cambiamenti, a chiedere di amici persi e non più ritrovati, qualcuno morto anzitempo, altri scomparsi nel nulla. Poi, l’ultimo giorno prima del ritorno a Milano con patate per gnocchi e mele profumate, quasi casualmente, il recupero d’un numero di cellulare d’un carissimo amico, Sergio, che sapevo partito, giovane assai, per il Piemonte. 

Lo contattai tornato a Milano. In pensione anche lui, Sposato con Bice, un figlio e due nipotine. Ci si promise di vederci, ma per circa tre anni ci scambiammo solo qualche telefonata. Quest’anno, però, è stato diverso. Ad Agosto nel corso d’una telefonata mi disse che era al paese con la moglie e ci sarebbe rimasto, nella sua casa, sino alla metà di Settembre. 

Sergio e Giancarlo 2 settembre 2013 067Decisi allora di tornare a Castello per ritrovarlo e lo feci. Con una certa emozione ci rivedemmo dopo circa 53 anni e per me fu come fossero trascorsi pochi giorni. Certo eravamo cambiati, ma ci riconoscemmo immediatamente. Io per il suo volto squadrato e la voce, lui -così disse- per la mia solita camminata. E giù chiacchiere a riempire il vuoto del tempo trascorso. Piacevolissima e gentile la moglie, alta e magra. Con loro ho passato un paio di giorni molto gradevoli, un pranzo in alta quota, la visita ad un osservatorio astronomico e ad un museo montano di fiori, frutti, animali ed altro.

Ritrovare Sergio è stato, per me, molto bello. Da adolescenti gli ero molto legato e rivederlo m’ha fatto bene al cuore.  Suo tramite ho scoperto l’abitazione di Norma, altra amica d’infanzia che non vedevo, da circa 55 anni. Sposata con Gianni, figlio di Italia, una cara amica di mia madre. Mi sono presentato dicendo: “Sei Norma?”  Di primo acchito non m’ha riconosciuto. Poi è stata una piccola festa, un nuovo flusso di ricordi e la promessa di non perderci nuovamente di vista. Da parte sua l’impegno di salutarmi il fratello Firmino, ora architetto, anch’esso compagno di giochi ed amico nel mio passato. 

Per il resto, al paese come al solito per pochi giorni, ho fatto le cose usuali: due scappate in alta montagna, la riscoperta di stretti passaggi fra le case (i cosiddetti “boali”), la passeggiata notturna per le strade illuminate dalle lampade. Tutto sommato niente di che, solo un tuffo nei ricordi più cari.

Sulla via del ritorno a Milano, leggero come solo la giovinezza ti può far sentire, ho acquistato patate, mele e tante fragole (il frutto prediletto di mia moglie). Nessuna fermata. Il desiderio di ritrovare gli affetti di casa è stato una potente calamita. 

Viaggi recenti, brevi, con conferme interessanti: i luoghi dell’infanzia sono un rifugio dell’anima e l’amicizia disinteressata, quando esiste, è per sempre.

a_caneinviaggio

     banzai43

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