Mi mancano le rondini

Mi mancano le rondini

 (Immagini attinte dalla Rete) 

Milano, quarto piano, 87 scalini tutti a piedi in una casa di ringhiera alla periferia nord della città. Là ho abitato dai 12 al 25 anni. Là ho giocato con gli amici nell’ampio cortile. Gli ingressi delle case affacciati alla fine degli scalini, altri lungo la ringhiera sovrastante la corte, gli ultimi nel vano che formava la ringhiera quando piegava ad angolo retto, verso destra.

Quarto piano; quello del miracolo di ogni primavera. All’interno della tromba della scale, in un angolo dell’alto soffitto, una coppia di rondini riprendeva possesso del nido che la stessa o un’altra coppia aveva abbandonato l’autunno prima per migrare verso terre più calde e profumate.

Cosa avrà indotto la prima coppia a costruire il nido per la famiglia proprio là e perché, successivamente, molte altre hanno deciso di manuterere il nido e farvi crecere i propri piccoli?

Non ho ricordi del luogo senza il nido, ma rammento la gioia di tutti nello scoprire, un mattino, che le rondini erano tornate. E che festa quando dal nido spuntavano beccucci e testine implumi. Si moltiplicavano i sorrisi e l’andirivieni volante e sempre più veloce, di mamma e papà per soddisfare il petulante cinguettio delle piccole gole ingorde.

Non abito più là da decenni, ma non ho mancato d’interessarmene. Niente più nido ne rondini. Una primavera non son tornate e da allora anche se inconsapevolmente, mi mancano. Cerco in cielo, vanamente, i loro ghirigori e mi mancano.  Sono triste.

Finita la scuola la mamma, da bambino, mi accompagnava nel Trentino dalla nonna con la quale passavo gran parte delle vacanze scolastiche. Nonna Anna, una donna esile e dolcissima che avrei difeso, a qualunque costo, da chiunque.

Per gli amici del luogo non ero quello che arrivava in vacanza, ero quello che a tornava al paese dopo un altro anno di scuola in città.

Sùbito un concitato e rapido aggiornamento dagli amici: “Dante ha addomesticato un altro corvo (Checco), Firmino ha un nuovo orologio, Norma,  a scuola, è sempre la migliore, Odilia è sempre più bella, Sergio è tornato da Nichelino dove studia da tipografo, Bruno ha cominciato ad aiutare i fratelli in falegnameria, … “

Alla fin fine non era cambiato quasi nulla e già dalla sera dell’arrivo la mia vita riprendeva come se dall’estate precedente non vi fosse stata interruzione.

La nonna aveva l’asino, un cane, una capretta e l’orto ove regnava sovrano un grosso susino fronduto dai frutti dolcissimi.

Io avevo di più: libertà assoluta perché le regole della nonna non pesavano. Mi nutrivo di questo bene come una donna elegante fa col suo profumo. L’assaporavo. Ora a piccole dosi ora a pieni polmoni con la sensazione di volare, volare come una rondine gioiosa che punta verso l’alto per tuffarsi poi a precipizio verso il suolo, sfiorarlo e rialzarsi e risalire ancora con lunghi cinguettii e ripetersi nuovamente con acrobazie senza timore.

Si, come le rondini di quella famiglia che aveva nidificato sotto la grondaia della stalla e che mi risvegliava con trilli mattinieri scorazzando nei cieli limpidi e freschissimi delle dolomiti, le cime a portata di mano.

Quella casa, quella stalla, quell’orto non ci sono più, spariti come la nonna. Anche quelle rondini, non ci son più. Mi si dice poi che il ritorno delle rondini è sempre più scarso. Ed io sono triste, le rondini mi mancano e tanto ancorché io sia lontano, molto lontano, nello spazio e nel tempo.

A Milano ho conosciuto e sposato una donna emiliana che ha mantenuto il prezioso legame con la propria terra, una minuscola frazione dell’appennino emiliano già parte delle terre matildiche (vi dice qualcosa Matilde di Canossa?). Siamo genitori di una coppia di gemelli, maschio e femmina ora adulti, che da bimbi hanno trascorso molte estati sulle colline reggiane.

Al paese, oltre ai miei suoceri ritornati al momento delle pensione, c’era e fortunatamente ancora c’é zia Ada, donna piacevolissima ed affettuosa che in passato, assieme al marito (eroico partigiano col nome di Noro), aveva una stalla con qualche mucca.

Anche qui, nell’agolo più remoto ed alto della stalla, c’era un nido di rondini. Di giorno entravano ed uscivano dalla porta principale, la sera il continuo va e vieni era attraverso finestrelle semiaperte. Col buio tutto taceva.

La visita alle rondini, coi bimbi piccoli, era quasi un rito in ispecie dopo la schiusa quando la famiglia pennuta s’ampliava ed i voli, alimentari e di vettovagliamento, si moltiplicavano.

I bambini ed io tenevamo sotto controllo l’andamento generale per gioire al primo volo, incerto, dei nuovi nati o intristire per una rovinosa caduta dal nido alla quale non poter rimediare. La morte entrava allora, nell’insegnamento come il tributo, ineluttabile, richiesto dalla vita.

Di quella stalla resta solo l’edificio, basta mucche e niente più rondini. Fra le mie foto a colori due, fatte con lo zoom, riprendono quel nido e dei piccoli becchi spalancati in attesa.

Le rondini se ne sono andate (chissà dove) e non sono tornate (chissà perché) ed io sono triste. Le rondini mi mancano. Vorrei essere con loro, vorrei poter volare anch’io nuovamente. Chissà se ne sarei ancora capace.

Ho deciso, al prossimo passaggio di rondini, se ancora ne vedrò uno, proverò a chiedere di prendermi con loro.

banzai43

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: