Una gamba di sedia

UNA GAMBA DI SEDIA

Racconto acquisito dalla “rete”, non ricordo né dove né quando
mi spiace, ma vale la pena leggerlo.
banzai43

Tutto cominciò nella sede dell’Alto Comando di Tutte le Guerre. Un giovane con la divisa da sergente del Super Esercito era stato convocato da uno dei Grandi Generali. Una sentinella lo fece entrare nell’ufficio del Generale.

“Si sieda, giovanotto “, disse l’alto ufficiale.

“Grazie “, rispose il giovane sergente, e si sedette.

“Ho sentito voci sul suo conto”, esordì l’ufficiale in tono di simpatia. “Oh, niente di importante. Nervosismo. Un certo senso di disagio. Sono mesi ormai che sento parlare di lei, e così ho pensato di chiamarla. Magari le piacerebbe cambiare lavoro. All’estero, forse, o in una zona di guerra? Se stare dietro una scrivania l’annoia, vorrebbe tornare alle vecchie battaglie? “.

“Credo di no “, rispose il giovane sergente.

“Che cosa vuole allora?”.

Il sergente scrollò le spalle e si guardo le mani: “Vivere in pace. Sapere che durante la notte, chissà come, i cannoni di tutto il mondo si sono arrugginiti, i batteri delle armi batteriologiche non sono più buoni neanche a fare lo yogurt, i carri armati e i bombardieri sono sprofondati come mostri preistorici nelle strade trasformate in pozzi di catrame. Ecco che cosa vorrei “.

“È quello che tutti vorremmo, naturalmente”, disse l’ufficiale, anche se i suoi occhi dicevano il contrario. “Ma ora basta con queste chiacchiere idealistiche e mi dica dove vorrebbe essere mandato. A lei la scelta: o la Zona di Guerra orientale o la Zona di Guerra settentrionale”.

Il Generale indicò una mappa rosa distesa sul tavolo.

Ma il giovane sergente continuò come se stesse parlando con le sue mani che continuava a muovere e a fissare intensamente. “Che cosa fareste voi ufficiali, che cosa faremmo noi soldati, che cosa farebbe il mondo se domani, svegliandoci, scoprissimo che tutte le armi si sono ridotte in polvere? “.

La Macchina

L’ufficiale si accorse che doveva dare fondo a tutta la sua diplomazia per trattare con il sergente. Accennò un sorriso. “È una domanda interessante. Mi piacciono molto le discussioni teoriche e sono convinto che se accadesse una cosa del genere, il mondo intero cadrebbe in preda al panico. Ogni nazione penserebbe di essere l’unica disarmata e accuserebbe i nemici della responsabilità del disastro. Ci sarebbe un’ondata di suicidi, i mercati azionari crollerebbero, insomma un milione di tragedie. Mi creda: è la guerra che fa vivere il mondo! “.

“E dopo? “, domandò il sergente. “Quando la gente si accorgesse che è vero, che ogni nazione è disarmata e che non c’è nulla da temere, se fossimo tutti nelle condizioni di ricominciare daccapo un nuovo modo di vivere, che cosa succederebbe?”.

“Le nazioni si riarmerebbero il più in fretta possibile”.

“E se anche questo potesse essere impedito? “.

“Ci si combatterebbe a pugni. Sterminati eserciti di uomini armati di guantoni con punte d’acciaio si schiererebbero ai confini di ogni paese. E se si strappassero loro i guantoni, si combatterebbe con le unghie e con i denti. E se gli si amputassero le braccia, si sputerebbero addosso. E se gli si tagliasse la lingua e gli si conficcasse in bocca un tappo, riuscirebbero a riempire l’atmosfera con una concentrazione di odio tale da uccidere tutti gli insetti e far piombare stecchiti a terra gli uccelli dai fili del telefono”.

“Allora non pensa che sarebbe una cosa buona? “, domandò il sergente.

“Neanche per sogno. La guerra è utile. È la forza che manda avanti il mondo! Metta via la sua “ruggine” e pensi ad una bella battaglia! “.

Il giovane sergente alzò la testa di scatto. “Come fa a sapere che ce l’ho? “.

“Che cosa? “.

“La ruggine, naturalmente “.

“Ma di che cosa sta parlando? “.

“Posso farlo, capisce? Potrei mettere in moto la ruggine stasera stessa, se volessi”.

L’ufficiale scoppiò a ridere. “Lei sta scherzando “.

“Non mi sogno neanche. Volevo venire io da lei a parlare. Sono lieto che mi abbia chiamato. È da anni che lavoro a questa mia invenzione, è il sogno della mia vita. Ha a che fare con la struttura di certi atomi. Se si studiano attentamente, si scopre che la sequenza degli atomi nell’acciaio obbedisce a una regola precisa. Quello che cercavo io era un fattore che mettesse scompiglio negli atomi. Come sa, io sono laureato in fisica e metallurgia. L’idea da cui sono partito è che esiste nell’aria, in ogni momento, una sostanza ossidante. È il vapore acqueo. Ho trovato il modo di dirigerlo a colpo sicuro. Un raggio di vapore acqueo concentrato. Non lo dirigerò contro ogni tipo di metallo, naturalmente. La nostra civiltà è fondata sull’acciaio e io non vorrei certo distruggere la maggior parte degli edifici. Mi limiterei a eliminare i cannoni e i proiettili, i carri armati, gli aerei, le navi da guerra. Posso adattare la macchina anche al rame, all’ottone e all’alluminio, se necessario. Basta che passi vicino a quelle armi per farle disgregare”.

Il generale guardava il sergente con gli occhi fissi e la bocca aperta. Gli si leggeva in faccia un pensiero preciso: “Hanno proprio ragione, è completamente matto! “. Infilò una mano nella tasca interna della giacca e ne trasse una costosa penna a sfera il cui cappuccio era costituito da una pallottola di fucile. Tolse il cappuccio e cominciò a riempire un modulo. “Voglio che porti questo al dottor Mattei e che si faccia visitare dalla testa ai piedi. Non che sospetti niente di male, sia chiaro. Ma non sente anche lei il bisogno di rivolgersi ad un medico?”.

Un mucchietto di polvere finissima

“Lei pensa che io stia mentendo a proposito della macchina”, ribatté il sergente. “Invece non mento. È così piccola che la si può nascondere in un pacchetto di sigarette, ma ha un raggio d’azione di millecinquecento chilometri. Potrei coprire l’intero paese in pochi giorni, adattando la macchina ad un certo tipo d’acciaio. Le altre nazioni non potrebbero approfittarne, perché farei subito arrugginire le loro armi se tentassero di invaderci. Nel giro di un mese il mondo intero sarebbe liberato per sempre dalla guerra. Non so come sono riuscito a inventare la macchina. È impossibile, a prima vista. Ma dicevano impossibile anche la radio e l’aeroplano. Nessuno pensa che potrà mai esserci la pace. Ma la pace verrà”.

“Vada subito a farsi visitare dal dottor Mattei “, disse in fretta l’ufficiale.

“No. Lascio la base entro pochi minuti. Ho un lasciapassare”.

Il sergente aprì la porta dell’ufficio e uscì.

L’uscio si richiuse e l’ufficiale rimase solo. Sospirò. Si strofinò le mani sugli occhi. Poi trillò il telefono. Rispose con voce assente.

“Oh, salve, dottore. Stavo proprio per chiamarla”. Una breve pausa. “Quel sergente è matto da legare. Volevo mandarlo da lei. Può andare in giro così? Ah, è innocuo. Se lo dice lei, dottore. Probabilmente ha bisogno di riposo, di un lungo riposo. Il povero ragazzo ha delle allucinazioni piuttosto interessanti. Sì, sì. Un vero peccato. Ma sono i guai che combina una guerra così lunga, immagino “.

Cominciò a parlare il medico.

Il Generale stette ad ascoltarlo annuendo. “Voglio prendere un appunto. Aspetti un istante”. Si infilò la mano nel taschino per prendere la penna. Niente. Si passò le mani in tasca. Si mise a perlustrare tutti i cassetti. Ricontrollò il taschino del giubbotto. Niente. Poi infilò lentamente le dita nel taschino, fino in fondo. Fra il pollice e l’indice afferrò un pizzico di qualcosa.

La sparse sulla scrivania: un mucchietto di polvere finissima, ruggine color arancione.

Restò immobile a guardarla per qualche secondo. Poi afferrò il telefono di servizio. “Pronto, posto di guardia, ascoltatemi. C’è un uomo che vi passerà davanti da un momento all’altro, lo conoscete, il sergente Hollis. Fermatelo, sparategli addosso, uccidetelo se è necessario, non fategli domande, è il comandante che vi parla. Sì, uccidetelo, avete sentito bene! “.

“Ma, signore”, disse una voce sconvolta all’altro capo della linea. “Non posso, proprio non posso… “.

“Come sarebbe a dire che non può, maledizione! “.

“Il fucile si è polverizzato… “.

Il Generale sprofondò nella poltrona. Per mezzo minuto rimase inerte, boccheggiante.

Fuori, in quel momento, gli hangar si stavano sbriciolando in soffice polvere dorata, i bombardieri venivano portati via dal vento in una nuvola di ruggine rossiccia, i carri armati stavano sfaldandosi. Anche le autoblindo si stavano dissolvendo in sbuffi di polvere, i loro autisti si trovavano improvvisamente a sedere sull’asfalto ancora con i pugni chiusi intorno ad un volante che non c’era più.

“Ascoltatemi, ascoltatemi “, urlò l’ufficiale. “Inseguitelo, prendetelo con le mani, strozzatelo con i pugni, pestatelo con i piedi, ma prendete quell’uomo! “. Riappese il ricevitore.

Istintivamente aprì di scatto l’ultimo cassetto della scrivania per prendere la pistola. Un mucchi etto di ruggine bruna riempiva la fondina nuova di cuoio. Balzò in piedi.

Mentre usciva dal suo ufficio afferrò una sedia. È di legno, pensò. La scaraventò due volte contro il muro e la sedia andò in pezzi. Raccolse una delle gambe, la impugnò con forza, il volto rosso di eccitazione e rabbia, il respiro che gli usciva affannoso dalle narici, la bocca spalancata. Si percosse il palmo della mano sinistra con la gamba della sedia, come per provarla. “Va bene, a noi! “.

Si precipitò all’aperto con un urlo sbattendosi la porta dietro le spalle.

Come finirà questa storia? Il Generale raggiungerà il sergente e lo fermerà con la sua clava? O il sergente riuscirà a polverizzare tutte le armi del mondo?

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